FRONTIERE INTERNE – Stato Nazione e regionalismi

Con la crescente influenza dell’economia sulla politica si prepara il crollo dello Stato nazione come inteso originalmente e viene dunque meno quel collante che teneva unito un popolo.

Alla crescente sfiducia nel potere centrale corrisponde la crisi del ruolo del governo in quanto fattore di coesione attiva e partecipata. 

L’Euroregione è una forma giuridica prevista dalle leggi europee, che permette una collaborazione transfrontaliera su vasti campi e di ampio respiro.

di Francesco BocoLaureato in filosofia

Rispetto alla passata prospettiva di Francis Fukuyama, in un interessante pamphlet del 2008 (Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori) il giornalista conservatore ed esperto di politica internazionale Robert Kagan ha affermato con decisione il fallimento delle speranze di fine della storia. La situazione internazionale è tale per cui i rapporti tra Stati e i diversi interessi metteranno inevitabilmente in moto dinamiche di collaborazione e contrapposizione che daranno un nuovo impulso alla storia, intesa nel senso più pieno del termine. Secondo l’autore americano le dinamiche democratiche che hanno portato alla formazione dei contemporanei modelli statuali non appartengono a un progresso inevitabile, ma sono legate a fattori che ne hanno favorito l’insorgenza. Ancora, la stessa diffusione della democrazia nel nostro secolo non è necessaria e neppure inevitabile: «La diffusione della democrazie non è il semplice e naturale svolgimento di certi processi ineluttabili di sviluppo economico e politico». La storia è il regno del possibile e in quanto tale lascia aperte molte opzioni.

Lo studioso americano non tiene però conto di due fattori rilevanti che in questi anni hanno sempre più segnato la politica europea: la crisi dello Stato nazione e il crescente sentimento territoriale e regionalista. Qualche anno fa l’autorevole rivista on line Foreign Affairs (www.foreignaffairs.org) ha pubblicato un interessante e significativo articolo a firma Jerry Z. Muller che già dal titolo di copertina spiegava tutto il contenuto: The clash of Peoples, why ethnic nationalism will drive global politics for generations. – The enduring power of Ethnic Nationalism. Di un certo interesse la tesi secondo cui la sicurezza sociale sia inversamente proporzionale alla composizione etnica interna. In sostanza, più etnie su uno stesso territorio significano necessità di maggiori controlli, maggiori controlli implicano minore libertà. 

Al di là delle specifiche considerazioni dell’autore, la tesi proposta dal saggio è che la società globalizzata non ha prodotto maggiore sicurezza e benessere, come sembrava potesse procurare. La risposta ai problemi viene sempre più ricercata, specie in Europa, nella dimensione territoriale e comunitaria vicina e circostante, in cui la condivisione di storia e cultura è ancora vitale.

In un articolo pubblicato sul sito www.geopolitica.info l’autore Alessio Stilo prende in considerazione i fenomeni di globalizzazione e localismo, che hanno a suo avviso provocato la crisi di due dei tre elementi weberiani costitutivi dello Stato nazione: popolo, governo, territorio.

Come spiegava Alain de Benoist nell’articolo Nazionalismo: fenomenologia e critica (fonte Centro Studi Opifice, 2009), il nazionalismo, come l’individualismo, si fonda sull’attenzione costante a un vantaggio per un gruppo specifico e chiuso. Nella società capitalista moderna questa attenzione al guadagno è divenuta sempre più ipertrofica, finendo col mettere in crisi la stessa composizione nazionale. Con la crescente influenza dell’economia sulla politica si prepara il crollo dello Stato nazione come inteso originalmente e viene dunque meno quel collante che teneva unito un popolo. Così Stilo: «Il capitale finanziario sfugge progressivamente al controllo del fisco, il mondo del lavoro e il valore della moneta sono determinati da fattori economici internazionali e i possibili rimedi per la correzione di queste “distorsioni” vengono affidati agli organismi sovranazionali che potrebbero, teoricamente, esercitare un maggior controllo sui mercati». 

La delega a poteri sovranazionali, anche nella regolazione dei rapporti di lavoro, causa la graduale perdita di fiducia nel potere centrale a cui si sopperisce con più forti tendenze regionalistiche e autonomiste (ad es. Italia e Belgio). 

Alla crescente sfiducia nel potere centrale corrisponde quindi la crisi del ruolo del governo in quanto fattore di coesione attiva e partecipata. Secondo molti osservatori, critici o meno, la politica europea di questi anni si è avviata verso dinamiche fortemente populistiche. Ciò significa che alla politica parlamentare e istituzionale tipicamente intesa, si sovrappone un modo di fare politica talvolta considerato volgare e informale, ma che bada al contatto diretto col popolo e prende in considerazione come fattore determinante delle scelte politiche i bisogni della “base”. Secondo vari sociologi e politici, come ad esempio Massimo Cacciari, la forza dei movimenti federalisti e identitari consiste proprio nella capacità di dare voce alle specificità e ai bisogni delle piccole realtà locali. 

Alessio Stilo e Alain de Benoist sembrano seguire una medesima tesi, nel momento in cui affermano la persistente importanza del territorio come realtà sociale e politica fortemente sentita e partecipata. De Benoist è da tempo un convinto teorico del comunitarismo, Stilo rileva il persistere di forme di socialità politica fondate su comunanze storiche, linguistiche, politiche, imprenditoriali e richiama la visione del filosofo tedesco Dahrendorf: «Quando il liberale Ralf Dahrendorf dissertava sull’Europa ai suoi studenti di Oxford, li metteva in guardia dal rischio di sostituire all’asfissiante centralità dello Stato quella, potenzialmente ancora più rigida, di un organismo sovranazionale capace di riprodurre, dilatandole, le incrinature tra il Paese legale e quello reale. Questa visione lo portò a battersi per introdurre nelle grundnorm dell’Unione Europea il concetto si “sussidiarietà” (orizzontale e verticale), ovverosia un principio che esaltasse il ruolo di selfgovernment e di autopropulsione dell’economia a livello non solo nazionale ma anche regionale. In sostanza, il filosofo amburghese auspicava una filosofia europea che, affrontando in prima battuta e con migliori strumenti di conoscenza tutte le domande che partono dalla base territoriale, delega al “centro” la gestione dei settori strategici, quali difesa, politica estera, politica energetica, stabilità del cambio e così via». Ciononostante, persiste il problema dell’ambiguità del concetto di federalismo che, da Proudhon a Miglio ha assunto forme molto diverse e ancora non ha una dottrina definita (cfr. R. Ragni, Potenzialità e debolezze dell’ideologia federalista, Rinascita 23/11/2009).

Se la politica non può ormai evitare di confrontarsi con la realtà locale e regionale, nell’ambito di una più ampia integrazione europea delle specificità e delle macroregioni, in anni recenti è emersa la forma giuridica dell’Euroregione, che resta tuttavia ancora inesplorata in molti suoi aspetti. L’Euroregione è una forma giuridica prevista dalle leggi europee, che permette una collaborazione transfrontaliera su vasti campi e di ampio respiro. Le aree di cooperazione tra paesi europei, membri e non della UE, comprendono zone confinanti con rapporti di lunga data sopratutto in ambito economico-commerciale. Tra le realtà di maggiore interesse vi è sicuramente quella dell’Euroregione Nordest, che coinvolge Friuli Venezia Giulia, Veneto, Carinzia, Slovenia e Croazia in un progetto ad ampio respiro che riguarda infrastrutture, sanità, agricoltura, turismo, sicurezza, sport, cultura etc. I tre attori principali sono il Land austriaco della Carinzia e le due regioni italiane, che hanno fatto da traino nel dare attuazione ad una strategia comune di sviluppo, attivando le sinergie e le iniziative progettuali presenti, anche con riferimento all’utilizzo coordinato degli strumenti comunitari della politica di coesione per il futuro periodo 2007-2013. Nel caso specifico si tratta di un area, Alpino – Adriatica – Pannonia, storicamente tra le più dinamiche nella cooperazione europea e con una lunga storia di rapporti economici, politici, culturali.

Tratto da “Polaris – la rivista n.3 – GUERRE DI POSIZIONE” – acquista qui la tua copia