Economia & Finanza

SIAMO ALLA FRUTTA – Magari riuscissimo a rimanerci

In questo contesto a rischiare di più è l’agricoltura italiana, dirimpettaia di questa Cinafrica che dispone di risorse finanziarie, della possibilità di operare senza alcun controllo, della stupidità assoluta dei sostenitori del politicamente corretto che nulla sanno ma che blaterano senza ritegno.

Tutte le relazioni del’Onu sul diritto al cibo riportano che laddove, nei Paesi a rischio di fame, non si è arrivati alla fame conclamata, non è stato grazie alle multinazionali, ma grazie all’agricoltura familiare e di piccola scala.

di Enrico ToselliGiornalista economico e scrittore 

Sarà anche vero che le prossime guerre si faranno per il controllo dell’acqua, delle risorse idriche. Ma non si può trascurare il ruolo fondamentale dell’agricoltura. Perché, come l’acqua, anche il cibo è una necessità fondamentale. E il controllo della terra, della possibilità di produrre alimenti, sarà sempre più cruciale. Senza dimenticare che la terra, in prospettiva, avrà un crescente ruolo anche nel settore energetico, sia per le coltivazioni non food, destinate ad esempio ai biocarburanti, sia per la possibilità di ospitare immense distese di impianti ad energia solare.

Colture e impianti che tolgono spazio all’agricoltura destinata a sfamare il mondo, ma che garantiscono ai proprietari dei terreni guadagni sicuramente superiori a quelli ottenuti con le colture tradizionali. In più con rischi ridotti all’osso e fatica pressoché nulla, per lo meno se l’area ospita impianti fotovoltaici.

Non è certo un caso, dunque, che la Cina abbia cominciato ad acquistare immense distese di terra in Africa, grandi come intere regioni europee. Non soltanto laddove è altamente probabile che il sottosuolo contenga minerali pregiati, ma anche dove le prospettive sono meramente agricole. E i cinesi hanno spedito in Africa i capitali ma anche legioni di contadini. In questo modo alleggeriscono la pressione demografica interna, si assicurano il controllo di ogni fase della produzione, eliminano alla radice il problema dello scarso attaccamento al lavoro delle popolazioni locali. Inoltre i sudditi del Celeste impero si sono anche accaparrati il controllo della rete commerciale in molte zone dell’Africa, stabilendo così prezzi, tipologia delle colture, redditività. E spazzando via ogni tentativo di concorrenza indigena.

In questo contesto a rischiare di più è l’agricoltura italiana, dirimpettaia di questa Cinafrica che dispone di risorse finanziarie, della possibilità di operare senza alcun controllo, della stupidità assoluta dei sostenitori del politicamente corretto che nulla sanno ma che blaterano senza ritegno.

«L’agricoltura italiana – spiega Cinzia Scaffidi, direttore del centro studi di Slow Food – ha peculiarità abbastanza precise, sia dal punto di vista agronomico, sia da quello climatico, sia da quello storico-giuridico. Elementi che hanno prodotto una agricoltura di piccola e media scala, prevalentemente basata su prodotti molto legati al territorio, con proprietà molto parcellizzate. Con la grande eccezione della pianura Padana, unico luogo d’Italia dove si possa pensare di produrre, in qualche misura, “commodities” come riso e mais».

Quanto alla cosiddetta “agricoltura mondiale” è una indicazione che serve quando si parla di mercati o di fame, «ma se si prova ad andare più vicino si vede subito che non esiste un termine onnicomprensivo per tutto il resto del mondo, rispetto al quale la produzione dell’Italia è – dal punto di vista quantitativo – un puntino». Ma la nostra è pur sempre un’agricoltura fondamentale se ci si basa sull’immagine di quanto prodotto dai nostri agricoltori, fondamentale.

Per il centro studi Slow Food è comunque possibile suddividere le agricolture del resto del mondo in due grandi categorie: l’agricoltura dei grandi esportatori, e dunque dei Paesi che hanno a disposizione grandi superfici (Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina…), e l’agricoltura dei Paesi poveri i quali, se dispongono di grandi superfici, sono spesso prede delle multinazionali, sempre a a caccia di terreno agricolo, per prodotti alimentari o per i biocarburanti. «Ma i paesi Poveri – prosegue Scaffidi – hanno anche esigenze importanti dal punto di vista dell’alimentazione; esigenze che non vengono soddisfatte dalla presenza delle multinazionali». Perché queste ultime spesso producono per i mercati internazionali e, tra l’altro, coltivano alimenti che non sono alla portata dei poveri di quei Paesi.

Tutte le relazioni del’Onu sul diritto al cibo riportano che laddove, nei Paesi a rischio di fame, non si è arrivati alla fame conclamata, non è stato grazie alle multinazionali, ma grazie all’agricoltura familiare e di piccola scala.

Eppure non tutti si sono lasciati irretire dall’idiozia del politicamente corretto. «Molti dicono – sostiene il direttore del centro studi Slow Food – che l’Italia non deve chiudersi nella difesa del suo made in italy, ma deve aprirsi ai mercati del mondo perchè questo faciliterebbe il commercio dei prodotti africani e aiuterebbe quei Paesi, che muoiono di fame. Io penso invece che è proprio il modello italiano, ovvero la difesa e la cura dei prodotti più rappresentativi e che danno i migliori risultati in termini di qualità, che andrebbe esportato nei Paesi poveri». Piccole produzioni, di alta qualità, che soddisfino innanzi tutto le necessità primarie degli agricoltori, che abbiano un surplus per i mercati di vicinanza, e che contestualmente migliorino il paesaggio, generino attrattiva, interesse verso quei Paesi, creando al contempo benessere interno e condizioni di vita dignitose, consentendo agli agricoltori di mandare a scuola e dal medico i propri familiari.

Non c’è alcun dubbio che la visuale dei mercati internazionali sia troppo lontana dalle necessità di un Paese. Occorrerebbe invece valutare quali siano le vere necessità e le effettive possibilità di intervento. Ad iniziare, ad esempio, dalle infrastrutture necessarie (se l’acqua arriva solo alle grandi piantagioni delle multinazionali, come si irrigheranno i piccoli orti familiari?).

E non va sottovalutata l’importanza della lotta agli Ogm. Non per ragioni sanitarie, sulle quali ci sarebbe comunque da discutere a lungo. Ma per semplici motivi economici. Accettare in Italia le coltivazioni di prodotti geneticamente modificati, ottenuti con sementi importate dalle multinazionali americane, significherebbe innanzi tutto rendere gli agricoltori schiavi delle politiche commerciali e dei prezzi delle Monsanto di turno. E poi il mais modificato ottenuto in Italia sarebbe identico a quello prodotto in Romania o in Africa, ma avrebbe costi molto più elevati a causa del prezzo dei terreni, della manodopera, del costo della vita. In altri termini, il mais italiano non sarebbe più competitivo. E come il mais qualcunque altro prodotto, non più tutelato dalla biodiversità. Se con la genetica si riuscirà a produrre in Cina il pomodoro San Marzano e non ci saranno etichette e marchi a proteggere il made in Italy, quanti produttori di pomodori di qualità restereranno in Italia? D’altronde l’Italia che conferisce il riconoscimento di Cavaliere del lavoro a un italoaustraliano che produce Parmesan e Mozzabella, non pare aver voglia di difendersi.

«Difendere le qualità e le peculiarità dei prodotti italiani – conclude Scaffidi – non è una tentazione di protezionismo: ben vengano in Italia i prodotti del mondo, ma chiaramente etichettati in modo che il consumatore possa scegliere avendo a disposizione tutte le informazioni. E ben vengano anche le indicazioni geografiche nel resto del mondo, se questo significa sviluppo dei territori, racconto di identità, creazione di economie virtuose. Ma potenziamo questo strumento e rendiamolo uno strumento vero: finchè al Brennero continuerà ad esserci il traffico di cagliate surgelate dirette a Napoli, pomodori olandesi diretti a Foggia, il made in Italy occorrerà cercarlo sempre più nei mercati di vendita diretta, dove ci sarà un agricoltore a garantire direttamente per il suo prodotto».

Tratto da “Polaris – la rivista n.3 – GUERRE DI POSIZIONE” – acquista qui la tua copia

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