UNA CRISI NELLA CRISI – Se la si affronta dando per immutabile il modello che l’ha generata

Lo sforzo intellettuale per l’elaborazione di nuove sintesi ha aperto la via a tendenze critiche rispetto all’ipotesi di una superiorità congenita del capitalismo finanziario. 

Ma possiamo esprimere il nostro dissenso e la nostra opinione solo nel solco dell’accettazione di un dogma: il predominio della speculazione finanziaria sulla politica locale e l’estensione del modello produttivo industriale ai Paesi non sviluppati.

di Pietro Falagiani Collaboratore universitario presso la cattedra di Estetica dello Spettacolo dell’Università degli Studi di Milano, produttore esecutivo musicale

L’interpretazione conservativa che vede nella crisi economico-finanziaria del 2011 una rottura transitoria di equilibri tra elementi complementari di un sistema organico, sta impegnando da mesi gli analisti di opposti schieramenti politici. Anche in questo caso, emerge una conferma della tesi secondo cui le analisi conservative si rivelano quasi sempre inutili: non avvicinano di un passo all’obiettivo che si prefiggono, dimostrare che è possibile ricomporre una rottura di equilibri conservando intatto il sistema che le ha originate, e impiegano una considerevole quantità di risorse intellettuali e comunicative senza contribuire all’evoluzione complessiva del contesto culturale, inibendo così la tendenza, innata nella cultura, a pensare nuovi scenari possibili. In tal senso, possiamo parlare di una crisi nella crisi. Lo sforzo intellettuale per l’elaborazione di nuove sintesi, al contrario, ha aperto la via a tendenze critiche, rispetto all’ipotesi di una superiorità congenita del capitalismo finanziario proprio tra 1850 e 1950, periodo in cui di questo modello di sviluppo ha gettato le basi per la sua affermazione su scala mondiale.

Evoluzionismo antimoderno

Marx fonda la sua visione evoluzionistica della storia sulla teoria della crisi del capitalismo e perviene a una teoria rivoluzionaria in senso scientifico, compiutamente espressa nel Capitale (1) e determinata dal presupposto teorico di una futura unità di classe internazionale, dovuta agli aspetti che accomunano i lavoratori di tutti i popoli. La posizione dei salariati rispetto alle forze produttive, ancora subalterna ma decisiva in prospettiva rivoluzionaria, è nascosta agli stessi lavoratori da un impianto ideologico che nasconde le reali relazioni sociali alla base della società capitalista. Si può, tuttavia, individuare il vero fondamento della nozione marxista di crisi non solo nelle leggi economiche che determineranno il superamento del capitalismo, e che rappresentano la parte costruttiva, in senso politico, della teoria di crisi marxista, quanto nella nozione di falsa coscienza già emersa nell’Ideologia tedesca, uno dei primi saggi manoscritti di Marx ed Engels, pubblicato postumo ma elaborato nel 1844 (2). Da questa prospettiva non è la coscienza individuale a determinare l’essere di un individuo ma, al contrario, è il suo essere sociale a determinarne la coscienza. Le contraddizione di un sistema storicamente superato emergeranno, e la coscienza dell’uomo sarà liberata dalle ideologie che la ottenebravano. La crisi avrebbe, quindi, il duplice significato di contraddizione positiva interna al capitalismo, che ne permetterebbe il superamento, e di falsa coscienza generata dalle ideologie nell’individuo, freno all’avanzata storica della classe. Manca, in Marx, una critica della categoria del moderno edella nozione di progresso come costante evoluzione dell’umanità. Tuttavia, l’avanzata dell’ideale socialista nel periodo di massimo sviluppo industriale e tecnologico del mondo occidentale sarà alla base di un movimento culturale caratterizzato dal sospetto in chiave antimoderna che, sorprendentemente, investirà lo sforzo teorico di autori non lontani dalla cultura socialista, generando una corrente antropologica capace di associare la crisi alla diffusione di un modo di produzione incompatibile con la tutela delle molteplici identità culturali primitive e tradizionali, caratterizzate da una integrità nelle relazioni sociali e comunitarie messe in discussione dal modo di produzione che andava estendendosi su scala mondiale. 

Diffusione e centralizzazione

Lewis Henry Morgan, il grande antropologo americano, studioso della cultura dei nativi americani e convinto che essa dovesse essere un elemento fondativo per la sua giovane nazione, afferma in Diffusione contro centralizzazione, un saggio del 1852, che “ci sono due principi antagonisti, entrambi sufficientemente potenti da forgiare e controllare il destino dell’umanità. Uno è la diffusione, l’altro la centralizzazione. È nostra intenzione mostrare che la diffusione è la tendenza e il risultato dei nostri ordinamenti primari; e che la centralizzazione è la tendenza e il risultato degli ordinamenti di governi arbitrari e despotici (3), evidenziando un’opposizione tra le istituzioni dei popoli tradizionali e quelle degli Stati moderni. Riferendosi delle culture tradizionali con cui era entrato in contatto, Morgan afferma che “c’è una vasta corrente sotterranea della società che avanza con una forza irresistibile, in un flusso eterno, che è destinata a travolgere qualsiasi cosa le si opponga. Questa corrente sono i pensieri non scritti dei popoli. I pensieri che sono imbevuti dalle influenze circostanti, i pensieri che stanno più vicino al cuore e che si trasmettono in forma orale da una mente all’altra. Non si trovano nei libri o nelle costituzioni, e nemmeno nelle leggi; essi sono scritti nel fondamento originario dell’umanità.” (4)

Il viaggio antropologico

La nozione di socialismo comunitario primordiale sviluppata, tra gli altri, da Frederich Engels nell’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (5) e da Marcel Mauss nel Saggio sul dono (6), interpreta la diffusione della modernità come fonte di crisi per i popoli non toccati dallo sviluppo industriale e, agli inizi del Novecento, non soltanto contribuirà all’affermazione di una corrente letteraria reazionaria, caratterizzata dall’esaltazione della vita contadina in contrapposizione ai pericoli della modernità, alimentata da autori del calibro di Knut Hamsun e Hermann Lons, ma originerà la straordinaria prassi del viaggio antropologico che sarà alla base dell’esperienza e della produzione letteraria di autori meno noti come Knud Rasmussen e Peter Freuchen. Il viaggio antropologico, infatti, in un periodo in cui le grandi spedizioni sono sulla bocca di tutti, è un’alternativa sostenuta da una straordinaria tensione politica e culturale. Lo sforzo per conoscere e comprendere la cultura degli Inuit groenlandesi (7) mantenendosi nell’ombra, totalmente diverso dai tentativi di conquista del polo nord intrapresi da Nobile e Amundsen, verrà narrato da Freuchen pagine di Avventura artica. La mia vita nel gelo del Nord (8). La stessa esistenza dell’autore, di origine danese, sarà profondamente segnata dalla volontà di conoscere e tutelare l’ identità dei nativi groenlandesi, minacciati dal contatto con le culture cristiane moderne. Egli infatti trascorrerà dieci anni nell’area di Thule, tra il 1910 e il 1920, scoprendo attestazioni di grande rilievo archeologico e antropologico, attraversando la calotta artica e dimostrando che la terra di Peary non è un’isola, come si riteneva all’epoca, anche con l’aiuto di sua moglie Navarana,una giovane donna nativa dell’area di Upernavik, nella Groenlandia settentrionale. La tradizione orale groenlandese sarà raccolta dall’amico e sodale Rasmussen, una figura chiave per la recente rinascita culturale del popolo Inuit.

Crescita e disgregazione

L’adesione all’idea di crescita economica ha determinato l’assimilazione inconscia a fenomeni disgregativi dell’identità di popolazioni marginali rispetto alle tendenze predominanti. Esse emergono in una forma ben precisa: la subalternità dei popoli, in ambito politico, economico e culturale a leggi interne ai mercati finanziari, che si sottraggono ad ogni forma di controllo sia dal basso che da parte di componenti marginali o minoritarie. Il regno della quantità e i segni dei tempi, pubblicato da René Guénon nel 1945, spinge questa tesi fino a opporre la sfera delle tradizioni al punto di vista quantitativo che non appartiene a nessuna di esse, prodotto dalle degenerazioni del razionalismo e dei regimi politici moderni, basati sul consenso da parte dell’opinione pubblica (9).
La crisi è un fatto oggettivo, ma spiegarla esclusivamente come una convergenza di fenomeni finanziari ed economici come il debito pubblico, le bolle speculative o l’apertura al mercato di Paesi in via di sviluppo, è un’interpretazione soggettiva, e questo aspetto viene abitualmente omesso. Le interpretazioni della crisi partono tutte dal presupposto che il modello di sviluppo che si è affermato su scala mondiale dopo il 1945 e che si è esteso agli ex paesi stalinisti dopo il 1989 è l’unico possibile, che esso non è in se stesso incompatibile con la stabilità sociale e politica, con la tutela dell’identità dei popoli e dell’integrità della loro relazione con il territorio ma che, al contrario, eventi non previsti ne hanno rotto l’equilibrio e, come sempre avviene nella scienza e nella tecnica, il ritorno all’ordine mediante il perfezionamento di questo modello è possibile. Il messaggio che dovrebbe arrivarci è:“scusate il disturbo, stiamo lavorando per voi”, o “non è la nave a fare acqua, ma è necessaria una lieve correzione di rotta”. Come sempre, possiamo esprimere il nostro dissenso e la nostra opinione ma nel solco dell’accettazione di un dogma: il predominio della speculazione finanziaria sulla politica locale e l’estensione del modello produttivo industriale ai Paesi non sviluppati sono passaggi imprescindibili, che non sono in discussione. Possiamo dirci orgogliosi del pluralismo mediatico delle nostre democrazie, abbiamo libertà e diritto di critica, a patto di non mettere in discussione alcuni aspetti. E se ciò avviene, come per magia, i dissenzienti perdono istantaneamente il diritto di parola. 

1. Cfr. K. Marx, Il capitale, capp. 13-14-15, libro III, Editori Riuniti, Roma 2006.

2. Cfr. K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 2010.

3. L. H. Morgan, Diffusion Against Centraliazation, Rochester Atheneum and Mechanics’ Association, 1852, p. 9, trad. nostra.

4. Ibid., p. 11, trad. nostra.

5. F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma 2005.

6. Cfr. M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, Torino 2002.

7. Nonostante la marginalità rispetto ai modelli di sviluppo predominanti a livello mondiale, la Groenlandia, protettorato danese che recentemente ha acquisito uno statuto autonomo, ha avuto un ruolo decisivo in ambito militare dal 1943, anno in cui, sul territorio dell’antico abitato di Pituffik, è stata edificata la base aerea di Dundas (nota anche come base di Thule). La popolazione locale è stata forzatamente trasferita in una nuova città, Qanaaq, in seguito alla costruzione della base aerea. Nel 1968 nell’area della base aerea ha avuto luogo un grave incidente nucleare e le controversie generate dal fallout radioattivo e dalla deportazione dei nativi non sono ancora risolte. Dal 2008 a oggi la Groenlandia ha visto consolidarsi il pensiero politico identitario, sfociato nell’adozione di uno statuto autonomo e nel riconoscimento della lingua nativa (il kalaallissut) come lingua ufficiale del territorio groenlandese (Kalaallil Nunaat), la più grande isola del mondo, oltre due milioni di chilometri quadrati abitati da meno di sessantamila persone, popolata soltanto lungo parte delle coste a causa della gigantesca calotta artica che ne occupa il centro. (I trecentomila chilometri quadrati della superficie italiana sono abitati da sessanta milioni di persone).

8. P. Freuchen, Arctic Adventure. My Life in the Frozen North, Literary Licensing, 2011.

9. R. Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, Milano 2010.

Tratto da “Polaris – la rivista n.9 – CRISI: COMBATTERLA O SUBIRLA” – acquista qui la tua copia