Politica internazionale

Mandato di arresto per Netanyahu e Hamas: la CPI mette tutti sullo stesso piano. E ora?

Nelle ultime ore, la comunità internazionale è stata scossa dalla decisione del procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) di richiedere mandati di arresto contro alcuni dei principali leader sia di Israele che di Hamas, suscitando reazioni contrastanti da parte degli attori coinvolti.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha espresso ferma condanna verso la mossa della CPI, definendola “vergognosa” e respingendo qualsiasi tentativo di equiparare Israele e Hamas. In una nota ufficiale, Biden ha affermato: “La richiesta del procuratore della Corte penale internazionale di mandati di arresto contro i leader israeliani è vergognosa. E vorrei essere chiaro: qualunque cosa questo procuratore possa implicare, non esiste alcuna equivalenza – nessuna – tra Israele e Hamas. Saremo sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza”. Questa posizione riflette il consolidato sostegno degli Stati Uniti a Israele e il rifiuto di accettare paragoni tra uno Stato sovrano e un’organizzazione terroristica.

Dall’altra parte, Hamas ha reagito alla decisione della CPI con sdegno, sostenendo che questa equiparazione mette “sullo stesso piano la vittima con il carnefice”. Secondo fonti ufficiali di Hamas, tale mossa «incoraggerà la continuazione della guerra di sterminio». L’organizzazione ha anche denunciato la decisione come un ostacolo alla pace e alla giustizia nella regione.

La richiesta della CPI di mandati di arresto non si è limitata solo ai leader di Hamas. Il procuratore capo, Karim Khan, ha chiesto anche l’arresto di importanti figure israeliane, inclusi il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti “crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, in relazione agli eventi avvenuti nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023. Questa mossa ha ulteriormente infiammato le tensioni già alte tra Israele e la comunità internazionale.

La CPI ha ribadito che la sua azione è guidata dall’impegno a perseguire la giustizia internazionale e a garantire che i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali siano ritenuti responsabili delle proprie azioni, indipendentemente dalla loro posizione politica o militare.

Mentre la richiesta di mandati di arresto continua a provocare un acceso dibattito sia a livello nazionale che internazionale, resta da vedere quali saranno le conseguenze di questa decisione sulla situazione già tesa in Medio Oriente e sulle prospettive di pace nella regione.

La Corte Penale Internazionale

La Corte Penale Internazionale (CPI) rappresenta un pilastro fondamentale nel sistema giuridico internazionale, mirando a promuovere la responsabilità individuale per i crimini più gravi che sconvolgono la comunità globale. Fondata nel 2002, la CPI ha il mandato di perseguire e giudicare individui per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, dal 2018, il crimine di aggressione. La corte agisce come un meccanismo di ultima istanza per garantire che i perpetratori di tali atrocità non sfuggano alla giustizia, fornendo un canale per il perseguimento legale quando i tribunali nazionali sono incapaci o non disposti a farlo.

Attraverso il suo lavoro, la CPI mira a porre fine all’impunità per i crimini internazionali, a promuovere la pace e la stabilità globale e a fornire un riconoscimento e un rimedio alle vittime di tali violazioni. Tuttavia, la CPI ha anche affrontato critiche e sfide, inclusa la sua efficacia nel garantire l’adesione universale e nel gestire accuse politicamente controverse. Nonostante ciò, la CPI rimane un faro di speranza per coloro che cercano giustizia e responsabilità per i crimini più gravi a livello internazionale.

Si rammenta, inoltre, che USA, Cina, Israele e Russia non abbiamo mai ratificato lo Statuto di Roma che istituisce la Cpi.

Un’intepretazione del conflitto che il Centro Studi Polaris aveva preannunziato

Prima e seconda Intifada, e volendo gran parte degli attentati suicidi di Hamas negli anni Novanta, son sembrati piuttosto anomali e funzionali al mantenimento dello stato di conflitto.

Circa quindici anni or sono Hamas propose una risoluzione ambigua ma interessante: Palestina coi confini del ’67 e capitale Gerusalemme (Est). La legittimità della richiesta faceva leva sulla presunta illegittimità di Israele, ma nel diritto internazionale è difficile ristabilire vecchi confini. Immagina ad esempio se l’Italia riaprisse la questione fiumana o se la Spagna rivendicasse i territori meridionali. Insomma, non si torna indietro, perché annettendo/cedendo/conquistando territori mutano le condizioni delle popolazioni che vi vivono (si pensi ora al Dombass).

Tra le varie anomalie belliche, balza agli occhi che Hamas abbia continuato a blaterare di una guerra Santa che non era sostenuta militarmente da alcun confinante.

I problemi palestinesi nascono dal momento in cui Fatah e Hamas si sono scontrati. Non solo politicamente (differenza di pochi seggi e Parlamento spaccato in due. In due non si costituisce mai alcuna società), ma soprattutto militarmente. Al Fatha è sostenuta da UE e USA (gli inglesi non più, probabilmente disinteressati ai territori dal lontano ’47) e quando nel 2006 persero le elezioni per tre punti percentuali, scatenarono la Cisgiordania. Morti a iosa e, soprattutto, classificazione di Hamas come associazione terroristica.

I nostri dubbi:

La richiesta del procuratore della Corte penale internazionale di mandati di arresto contro i leader israeliani è vergognosa. E vorrei essere chiaro: qualunque cosa questo procuratore possa implicare, non esiste alcuna equivalenza – nessuna – tra Israele e Hamas.

  • 1) Se Hamas è terrorista, perché l’ONU non interviene in stile Saddam Hussein?
  • 2) Perché USA e Egitto hanno addestrato le milizie di Al Fatah? Per difendere una libertà dei palestinesi che però non viene difesa dalle pretese israeliane?
  • 3) perché Israele scongela i conti economici dei palestinesi solo se guidata da Al Fatah?

Si ricorda inoltre che la Palestina sia scissa in due, con la “democratica” ANP che governa su legittimazione di Israele e del suo governo vigente da poco sottoposto a mandato di cattura internazionale.

La costruzione degli eventi indurrebbe l’interprete ad avvalorare sia la causa Israeliana sia quella palestinese. Ma, tolti i dubbi tecnici su Hamas, siamo davvero certi che la libertà dei palestinesi dipenda da una èlite militarizza da egiziani e statunitensi?

Daniele Martignetti

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