I GILETS GALLI – Un fenomeno tipicamente francese

Chi sono i Gilets gialli? Sociologicamente sono la Francia profonda, ideologicamente trasversale, la Francia del rugby e dei supporters di Johnny Halliday. Quasi tutti bianchi si dirà. Indubbiamente, ma non per scelta preventiva, semmai per affinità elettive, per sottile unità psicologica di stampo celtico.

Sono ancora un fenomeno generazionale: il fenomeno è veramente sorto in rete fin dall’estate e ad opera dei trentenni. Poi è diventato incontenibile.
In una certa misura c’è lotta di classe, dei salariati e dei disoccupati, dei tartassati. È anche la provincia che si sente sempre più distaccata dalla metropoli. In parte la campagna che contesta la città. Tutto questo insieme, confusamente.

di Orientamenti & Ricerca

Ci s’interroga al di qua delle Alpi su chi siano i Gilets Gialli: estremisti di destra, estremisti di sinistra, Cinque Stelle francesi, sovranisti? In realtà essi sono innanzitutto Gilets Galli.

Non è possibile comprenderli se non si conosce profondamente la psicologia francese. Perché se i Diritti dell’Uomo sostengono che ognuno nasce uguale agli altri, la realtà storica dimostra che ci sono delle caratteristiche specifiche ai popoli.

Il genere di rivolta oggi in atto in Francia, la sua mentalità, la sua modalità, il suo evolvere, sono perfettamente in linea con la tradizione gallica dell’Esagono.

Un fil rouge, neppure tanto sottile, attraverso otto secoli di storia almeno, collega il fenomeno attuale con i suoi precedenti. 

Escludiamo dal conto le guerre religiose e le guerre civili moderne (Epurazione e Algeria) che pure hanno parecchie caratteristiche in comune con gli altri fenomeni che sono, però, più spontanei e di massa. Più precisamente le loro caratteristiche sono la spontaneità (o l’improvvisazione), la partecipazione massiccia, la tenacia, il coraggio, la continuità anche irrazionale e l’assenza di un programma preciso, e spesso di una vera e propria direzione strategica.

Una tradizione di sommosse

La prima perla della collana ci viene dalla Jacquerie, la rivolta del 1358 dei contadini contro i nobili per le esose imposte di guerra. Il Prévôt des marchands di Parigi – insomma il Podestà – Etienne Marcel venne in soccorso alla rivolta e unì ai colori dello stemma della città – blu e rosso – il bianco del re. In un colpo solo nacquero l’idea della monarchia popolare e i tre colori della Francia futura. La Jacquerie venne repressa nel sangue.

Facciamo un salto che ci consente di accantonare le guerre religiose e le loro carneficine e ci ritroviamo dal 1648 al 1653 nelle varie fasi della Fronda. Stavolta sono i nobili a ribellarsi contro il re e non viceversa. Cause scatenanti: la pressione fiscale e la messa in causa di alcuni privilegi nobiliari.

La Rivoluzione Francese un secolo e mezzo più tardi viene dalla Fronda indimenticata e si nutre dell’Illuminismo nobiliare e clericale. Uno degli elementi principali della riuscita delle sommosse si deve al fatto che Luigi XVI era stato educato da un abate illuminista, Fénelon, che gli aveva inculcato l’orrore dell’autorità. “Che coglione!” avrebbe detto in seguito di lui, in perfetto italiano, Napoleone che non riusciva a capacitarsi di come non avesse usato il polso fermo per spegnere i primi focolai.
Una serie di ragioni fiscali ed economiche sono, ovviamente, tra le cause scatenanti. Il crollo dei prezzi agricoli e della viticultura, un’annata di raccolto magro, la siccità e le ingenti spese per la guerra d’Indipendenza americana che pure aveva permesso alla Francia di divenire la prima potenza mondiale a scapito della storica rivale inglese, inducevano alla fame.

Per saldare i debiti, la Corona pensò a un prelievo straordinario da imporre ai nobili e al clero, che erano esenti dai tributi, e questo scatenò la rivolta.

Ne susseguì un gorgo, una voragine, che si prolungò per cinque anni (1789-1794). Confusamente, tenacemente, caparbiamente, insensatamente, fino a quando non ci furono le sterzate napoleoniche.

Il protagonismo popolare si ripeterà nelle insurrezioni parigine del 1830 (fine della monarchia assoluta), del 1848 (avvio della Seconda Repubblica che poi si trasformerà nel Secondo Impero) e del 1871 (la Comune). Le particolarità francesi sono così evidenti che proprio dalla Comune (battezzata così dal termine Comunismo, coniato in Francia trentuno anni prima) lo storico israeliano Zeev Sternhell fa nascere la Destra Rivoluzionaria francese, incubatrice del fascismo.

Ancora nel 1934, il 6 febbraio, a fronte di una lunga serie di scandali per la corruzione dei politici, Parigi insorse di nuovo. In molti bistrot all’ingresso c’erano cartelli che dicevano “Vietato l’accesso ai cani e ai deputati”. La folla si recò al Parlamento per occuparlo ma venne respinta sanguinosamente con le mitragliatrici.

Nel dopoguerra, dopo la guerra civile dell’Algeria, ci fu il Maggio Francese. Ragioni assolutamente diverse da tutte le precedenti perché figlio dei capricci di una gioventù ricca e viziata. Nato più tardi di tante altre rivolte studentesche che lo precedettero di svariati mesi, il Maggio paralizzò letteralmente la Francia per diverse settimane. Salvo poi spegnersi fisicamente ma irrorarsi carsicamente nella rivoluzione culturale progressista, borghese, antivirile.

Recentemente, nel 2013, mezza Francia si oppose ai matrimoni gay e soprattutto all’imposizione della cultura gender. Nacquero le Manif’ pour tous con centinaia di migliaia di manifestanti che tutti i sabati si scontravano con la Celere e, soprattutto, le Sentinelle in piedi: persone che per protesta occupavano silenziosamente le piazze leggendo un libro. Furono presidiate le piazze di quaranta città francesi (in alcune città più piazze) e, dandosi le sentinelle il cambio, furono tenute occupate ventiquattro ore su ventiquattro per parecchie settimane.

Nello stesso anno, in risposta al primo provvedimento di Ecotassa – subito ritirato da Hollande – in Bretagna scoppiò la rivolta dei Bonnets rouges, ovvero dei baschi rossi, scelti come simbolo nella continuità perché già adottato durante una rivolta anti-fiscale dei bretoni nel 1675.

Cause e rivendicazioni della rivolta

I Gilets Gialli rientrano perfettamente in questa tradizione popolare francese. Anche le cause scatenanti, che sono anti-fiscali, lo comprovano.

In particolare ad accendere le polveri è stata proprio la riproposizione dell’Ecotassa rigettata nel 2013. Singolare che a solidarizzare con i rivoltosi sia stato Di Maio che l’Ecotassa l’ha introdotta in Italia! Forse da ambo le parti non sono bene al corrente.

L’Ecotassa non nasce da semplice follia o da esosità, ma dalla consapevolezza che l’aumento dei consumatori mondiali (sviluppo asiatico) e le scorte non infinite di petrolio dettano la necessità di percorrere strade alternative.

Queste sono già state intraprese dai cinesi, dai tedeschi e in parte dagli americani.
Si parla di Transizione energetica che passa per l’ibrido e l’elettrico, che presuppone una rivoluzione per ottenere una sufficiente densità energetica per l’autonomia delle auto del futuro.

È anche la corsa al litio e al cobalto. Ma è pure una trasformazione antropologica con lo sviluppo del car sharing.

L’Eliseo ha provato a entrare in corsa e a finanziare quest’esigenza con una serie di incentivi e di penalizzazioni. In un Paese abituato alla protesta, in cui la benzina costa relativamente poco, la scommessa è stata persa per ben due volte perché la gente non solo non può comprendere un discorso prospettico di tale portata, ma non è disposta a pagare ora per avere, forse, un vantaggio in futuro. Specie in una condizione economica generale di crisi progressiva e di costi sempre maggiori cui dover far fronte senza quasi più ammortizzatori sociali.

L’avere accantonato l’Ecotassa non ha consentito all’Eliseo di spegnere la protesta. 

Come in passato in Francia, questa si alimenta di se stessa. Inoltre l’alto grado di repressione se da una parte ha probabilmente consentito a Macron di non capitolare, dall’altro ha motivato sempre di più i ribelli. Secondo un sondaggio di febbraio, a sostenere i Gilets Gialli sarebbe il 64% dei francesi, mentre a contrastarli troveremmo solo il 27%. 

Se decidessero di presentare una loro lista alle elezioni, il 15% degli interpellati si dice disposto a votarli. Ma non si sa come potrebbero presentare una lista visto che non hanno capi e che le loro rivendicazioni affiorano alla rinfusa. Non esistono manifesti ufficiali (quello pubblicizzato dal Corriere della Sera è apocrifo). La lista delle rivendicazioni è immensa e sono abbastanza confuse.

Ci sono temi grillini come la riduzione degli stipendi degli eletti. Qualcosa di leghista si orecchia nell’immigrazione. Ci sono intenzioni opposte sull’Eliseo: chi vuole che riprenda i poteri della V Repubblica, chi che ne ceda ulteriormente.

C’è unità assoluta d’intenti sulla riduzione della pressione fiscale. Poi abbiamo proposte per il salario minimo garantito e perfino per un tetto salariale massimo. Viene anche proposto l’Equo Canone, senza sapere, evidentemente, che da noi negli anni Settanta esso paralizzò il mercato immobiliare.

Alcuni dei temi più focosi, come l’uscita dalla Nato, dall’Unione Europea (Frexit) e dall’Euro, non sono tra i più condivisi e gettonati. D’altronde un sondaggio interno al Front National nel 2017 aveva dimostrato che persino la maggioranza interna del partito ne era contraria.

Viceversa c’è un aumento del sentimento nazionale, cosa in Francia non sorprendente visto che appartenne anche al Pcf.

Emblematico che al termine di una strenua battaglia vinta per il controllo dell’Arco di Trionfo, il 1 dicembre del 2017, i manifestanti si siano inginocchiati davanti alla tomba del Milite Ignoto e poi abbiano intonato la Marsigliese. Cinquant’anni prima i sessantottini avevano orinato sulla Fiamma, senza peraltro riuscire a spegnerla. 

Capi, correnti, sociologia

Chi sono i Gilets gialli? Sociologicamente sono la Francia profonda, ideologicamente trasversale, la Francia del rugby e dei supporters di Johnny Halliday. Quasi tutti bianchi si dirà. Indubbiamente, ma non per scelta preventiva, semmai per affinità elettive, per sottile unità psicologica di stampo celtico.

Sono ancora un fenomeno generazionale: il fenomeno è veramente sorto in rete fin dall’estate e ad opera dei trentenni. Poi è diventato incontenibile.
In una certa misura c’è lotta di classe, dei salariati e dei disoccupati, dei tartassati. È anche la provincia che si sente sempre più distaccata dalla metropoli. In parte la campagna che contesta la città. Tutto questo insieme, confusamente.

I Gilets Gialli non hanno capi.

Alcune figure sono emerse, in gran maggioranza trentenni, ma non sono d’accordo tra loro.

Ci sono i più radicali, come Eric Drouet e Maxime Nicolle, i quasi radicali, come Priscillia Ludosky, i prammatici come Ingrid Lavasseur, Jacline Moraud, Hayk Shahinyan e quel Cristophe Chalençon che però, dopo essersi incontrato con Di Maio, ha paventato insurrezione e golpe con paramilitari gialli, e poi ve ne sono altri che nascono di volta in volta.

Eric Drouet, arrestato preventivamente e mantenuto in detenzione, e Cristophe Chalançon sono diventati i più famosi per ragioni mediatiche, ma nessuno fa l’unanimità.

Chi sorride ai Gilets Gialli? Chi prova a strumentalizzarli?

Indubbiamente il più deciso nel sostenerne la rivolta è Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra di France Insoumise. Secondo i sondaggisti però beneficerebbe del loro voto in misura minore di Marine Le Pen. Sempre che una lista di Gilets non intervenga a modificare lo scenario.

All’interno di un movimento spontaneo e improvvisato agiscono, sia in veste personale sia seguendo un programma preciso, tanto formazioni della destra radicale quanto, in misura molto più ampia, della sinistra neo-trozkista, nonché del sindacato comunista, CGT.

Poi ci sono i “casseurs”, ovvero quelli che scatenano violenze, incendiano auto e distruggono vetrine. In massima parte sono neo-trozkisti.

Infine intervengono i “pilleurs” cioè i saccheggiatori. Si tratta di bande delle banlieues che si aggregano agli scontri solo per il bottino.
Si è parlato anche di sostegno americano. Non abbiamo per il momento elementi concreti; che il proseguire del clima d’incertezza non sia sgradito alla Casa Bianca è certo, altro è da provare.

Violenza e vittime

L’Eliseo ha paura? Non si sa, di sicuro è concentrato e preoccupato. Lo comprovano tanto le misure di polizia quanto la gestione delle notizie. Queste sono state date, con rigorosa fornitura di cifre, fino all’ottava fase (14 dicembre). Il numero di manifestanti era dichiarato all’unità, non si sa bene come. 287.710 alla prima manifestazione, 166.301 alla seconda e così via. In dicembre il totale fornito degli arrestati ammontava a 2.573, quello di feriti e mutilati a 702. Poi il silenzio.

Fonti dei gilets in febbraio portavano gli arresti a 5.000 con 1.800 condanne e a 2.000 la somma di feriti e mutilati. Di sicuro i morti sono stati 12.

L’operato della polizia è particolarmente brutale; era dal 1962 (questione algerina) che non accadeva in Francia. Solitamente la tecnica impiegata dalle forze dell’ordine è lasciare una via di fuga per alleggerire la pressione: con i gilets chiudono invece le sacche per poi accanirsi.
Vengono sparate migliaia e migliaia di pallottole di plastica ad altezza d’uomo. Diverse decine di manifestanti hanno avuto un occhio cavato dai proiettili. Qualcuno ha avuto spappolata una mano.

Questa ferocia, conoscendo la mentalità francese, ha motivato sempre di più i manifestanti che spesso sono riusciti ad avere la meglio sulla Crs (la Celere locale).

D’altro canto, sempre tenendo in conto la mentalità francese, il polso fermo ha probabilmente permesso fino ad oggi a Macron di non capitolare.

Come finirà?

Quale sarà il risultato finale dei Gilets Gialli?

Molto arduo affermarlo.
È ormai difficile che Macron possa avere la meglio come ai tempi della Fronda. Al tempo stesso dovrebbe aver superato il momento critico al quale cedette Luigi XVI, ergo è improbabile un crollo assoluto. Il malumore diffuso però non smetterà neanche se dovesse sbollire. Dopo che De Gaulle riuscì a sconfiggere la sommossa sessantottina non poté soddisfarsi che per qualche mese: il logorio lo abbatté un anno più tardi. 

L’impressione è che si viva in coabitazione tra un Nouvel Ancien Régime incarnato da Macron e dalla borghesia intellettuale e di salotto e una sedizione continua che campa alla giornata e rischia di non trovare una fisionomia definitiva. La necessità delle cose pretende che emerga un uomo di sintesi che incarni parte delle rivendicazioni dei Gilets, ma in forma più istituzionale.

Di per sé non sarebbe tanto complicato in quanto basterebbe qualche ritocco fiscale per spegnere la protesta, purché però se ne faccia carico un uomo acclamato dalla folla.

In fondo la psicologia dei francesi è semplice e proprio facendo leva su di essa venne proclamata la V Repubblica, presidenziale. Sono repubblicani e monarchici al tempo stesso. Amano agitare la ghigliottina e minacciare di tagliare la testa al re, ma cercano soprattutto un re che non si faccia tagliare la testa e che possa essere acclamato dalle folle, anche se severo.

Da quando la V Repubblica è stata svuotata di significato e si è democratizzata, l’Eliseo non ne prende più una. Riempito di rampolli astratti della borghesia, non ha la caratura morale per affrontare una situazione di emergenza che pure, innegabilmente, ha afferrato l’intero occidente in crisi demografica e geopolitica e disarmato di fronte all’aggressione economica asiatica nonché dalla ristrutturazione americana che avviene alle spalle di propri partners.

Per questi motivi è difficile individuare una via d’uscita concreta alla rivolta francese, in quanto le ragioni che l’hanno prodotta sono in larga parte al di fuori della portata di qualsiasi governo.
Si sta affrontando un vero e proprio periodo d’avvitamento che sta sconvolgendo le società europee, non è possibile farlo senza sacrifici enormi – e in questo in troppi invece s’illudono del contrario – ma servono equità e respiro strategico nelle risposte. Le classi dirigenti fino ad oggi conosciute non sono intellettualmente e moralmente in grado di assumere questo compito. Sulle onde delle rivolte non s’intravede ancora un’alternativa concreta e credibile.

Siamo in fase di stallo bollente. In Francia lo si vive così.

Tratto da “Polaris – la rivista n.22 – POPOLI SOVRANI” – acquista qui la tua copia