EDITORIALE POLARIS n.9 – Crisi: combatterla o subirla

Se non si muta tutto in fretta partendo dalla consapevolezza e dalla fierezza di sé, l’unica domanda che ha ancora senso non è quindi se usciremo dalla crisi sociale, economica ed esistenziale perché la risposta non potrà essere che negativa.

Non c’è crisi che possa essere superata se non la si affronta con decisione e con possibilità di scegliere. Qualsiasi cosa, anche una drastica rinuncia, persino un rischio letale, financo di azzerare tutto e ripartire daccapo oppure levarsi di torno.

O, se parliamo di un popolo e di una nazione, potendo decidere come combatterla e, se non vi  riuscissero, avendo quantomeno l’opportunità di stabilire se accettare il rischio di default, d’impoverimento, di rimboccarsi a lungo le maniche per poi ripartire più spogli forse ma più sani.
Al momento non è il caso nostro.

Perché la crisi che attraversiamo sarà finanziaria prima che economica, sarà spirituale più che materiale, ma è anche maledettamente interconnessa.

Abbiamo abbandonato ogni concetto di autonomia, individuale, comunitaria, sociale e nazionale, per approdare all’eteronomia, ovvero alla dipendenza esterna non più da un capo o da una dirigenza, con i quali ci si può sempre rapportare direttamente, ma da più fattori sui quali non possiamo nulla.
Dipendiamo finanziariamente, economicamente, culturalmente, giuridicamente, da un sistema internazionale a rete, da una ragnatela.

In questa perdita progressiva di autonomia e, quindi, di decisione, e quindi, di libertà, ci stiamo abituando ad affidare a speranze esterne i nostri destini.

Speriamo che la crisi si risolva da sé o che intervenga qualche deus ex machina a decidere per noi.
Attraversiamo un pericoloso quanto lungo periodo di de-politicizzazione, di perdita della Polis. Per effetto compensativo costruiamo una sudditanza che ci fornisce sollievo psicologico nell’accettazione acritica di un ente artificiale che ci detta ordini per conto di anonimi consigli d’amministrazione sovranazionali. Un ente di cui, per non terrorizzarci, ci rifiutiamo di vedere la nudità, che nel suo caso è oscena, attraverso le pur trasparentissime vesti.
Accettiamo che decida per noi, consapevoli di non potervi partecipare in alcun modo se non tramite l’orchestrina dei sondaggi internet e del televoto. E alla fine, per sublimare il nostro quotidiano insoddisfatto e l’assenza di qualsiasi prospettiva partecipativa, anziché provare ad intervenire forzando la situazione, cerchiamo riparo o nella filosofia dello struzzo o in una trascendenza fideistica senza altro scopo che quello di voler colmare un vuoto.

Non è quasi mai fede, in nessuno dei termini in cui si manifestò in passato (religiosa, antireligiosa, ideale) ma fideismo. Che sia religioso o meno, che sia istituzionale o no, che sia conservatore o che si fondi su di una speranza di rivolgimento, che sia acceso o sfumato, sempre e solo di ottundimento si tratta.

E l’ottundimento alimenta se stesso fino a esprimersi in astrazioni.

Sicché da sudditi obbedienti o da individui erranti che cercano riparo in soluzioni prêtes-à-porter che si presentano come idoli di pietra., docili o sfuggenti, in un modo o nell’altro, alimentiamo il medesimo Golem.

Ci troviamo nell’era dei fondamentalismi i quali si basano proprio sull’abdicazione della creatività, della critica, della polemica, in poche parole sulla liquidazione di tutta la tradizione dei nostri padri.

Ci rendiamo conto di quelli religiosi che si stagliano all’orizzonte come opposizioni che si pretendono insolubili del sistema vigente, ma dovremmo accorgerci che quest’ultimo è fondamentalista a sua volta. 

Lo è nei presupposti ideologici e teologici, in quanto è calvinista. Ma, benché questo ne sia il tema principale, non è l’unico a comporre la ragnatela.
Tutti i precipitati ideologici dei titanismi razionalistici e/o psicotici degli ultimi decenni si sono trasformati in fondamentalismi. Femminismo, salutismo, individualismo, minoritarismo, vegetalismo, animalismo, utopismo: tutto ciò non solo detta legge in modo insensato, brutale, sciocco, ma si fa legge e si fa stile di vita e infine regola di vita, o più propriamente regolamento di una continua prigione che non ha bisogno di sbarre.
Nel mentre la burocrazia si fa soffocante e ogni spazio di libertà diventa impossibile, negato in nome della Libertà.
In questa ragnatela di demenze totalitarie si sviluppa ogni giorno di più l’eteronomia, ovvero la dipendenza di tutti nei confronti di tutto, senza la possibilità di venirne fuori, a meno di squarciare la tela del ragno.

Questa è la realtà in cui s’invischia la crisi di tutto il mondo occidentale, di cui l’Europa ha finito col divenire una parte come un’altra e l’Italia solo un’espressione.

Non se ne uscirà senza cambiare i presupposti.

Se non si muta tutto in fretta partendo dalla consapevolezza e dalla fierezza di sé, l’unica domanda che ha ancora senso non è quindi se usciremo dalla crisi sociale, economica ed esistenziale perché la risposta non potrà essere che negativa.

Ma è se questo modello occidentale continuerà a dominare indisturbato o se alla lunga correrà rischi dovendosi confrontare con quegli altri fondamentalismi con i quali oggi gioca che, avendo maggior fede, sia pur fanatica, insegnano ai seguaci a morire. Il fondamentalismo che ci sovrasta, invece, addestra a opprimere, a deridere, a ostracizzare, ad annichilire e persino a uccidere ma non concede la forza di affrontare roghi.

Di qui la crisi irrisolta che è insita nel seme di questa pianta e nei suoi frutti oggi un po’ secchi oltre che amari.

Dove si è persa l’autonomia si è perso anche l’esempio e dove si è perso l’esempio ci si nega la libertà, la dignità e il futuro. E non si ha scelta.
Non la si ha se non si riafferma l’autonomia incentrata sul coraggio e sulla dignità dell’uomo.
Noi ci proviamo;  anche con dei suggerimenti tecnici.

di Gabriele Adinolfi

Tratto da “Polaris – la rivista n.9 – CRISI: COMBATTERLA O SUBIRLA” – acquista qui la tua copia