LA VITTORIA DEI TALEBANI E IL DIETROFRONT USA

È davvero così inspiegabile la (ri)presa del potere dei talebani in Afghanistan? 

Ecco perché in questa guerra non ci sono buoni e cattivi.

di Salvatore Recupero

In questi giorni l’Afghanistan ha dominato le cronache. In poche settimane i talebani hanno ripreso il potere. Il governo e le istituzioni afghane costituite negli ultimi 20 anni non esistono più. La gran parte degli osservatori non immaginava una così repentina precipitazione degli eventi. Se le cose sono andate così ci deve essere una spiegazione. Evidentemente nel racconto dei media main stream manca qualche pezzo.

L’attacco degli Usa

Se vogliamo capire ciò che sta accadendo in questi giorni è necessario fare un passo indietro. Quantomeno dobbiamo imparare a conoscere meglio i cosiddetti talebani. Quest’ultimi rappresentano un gruppo di fondamentalisti islamici formatisi nelle scuole coraniche afghane e pakistane (dal pashtō ṭālib «studente»). Il mondo li ha conosciuti durante la guerriglia antisovietica in Afghanistan. Tra il 1995 e il 1996 sono emersi come vincitori della guerra civile afgana successiva al ritiro dell’URSS e, conquistato il potere, hanno imposto un regime teocratico basato sulla rigida applicazione della legge coranica. 

Poi ci furono gli attentati alle Torri Gemelle. Gli “Studenti” furono accusati di essere complici di al-Qā‛ida. Erano i tempi del Mullah Omar. L’intervento militare della Nato rovesciò il governo dei ṭālib. Eravamo nel 2001. 

Per anni sembrarono sconfitti, ma in realtà le cose non stavano affatto così. Era (ed è) completamente errata la nostra percezione dei fatti. La narrazione dei media è stata sempre concentrata sulla capitale Kabul. A spiegarcelo è il celebre inviato di guerra Alberto Negri (1). Il noto giornalista punta il dito contro la “narrativa sbagliata” che ci ha fatto scambiare “Kabul, Herat o Mazar-i-Sharif per tutto l’Afghanistan. Molte donne afghane in questi vent’anni avevano potuto tornare a scuola o entrare in politica, ma molto spesso nelle province le donne afghane hanno continuato a vivere secondo regole tradizionali oscurantistiche che hanno dominato la vita dell’Afghanistan nei secoli. E non solo con i talebani”.

Questa breve premessa ci consente di capire le cause della rapida avanzata talebana: quest’ultimi controllavano già il 40-50% del territorio quattro-cinque anni fa. Ma si trattava di province remote, mentre le telecamere della Cnn (e non solo) erano a Kabul. Poi ci fu il vertice di Doha. Così nel febbraio del 2020 il governo Usa si accorda con i “cattivissimi talebani”: le forze statunitensi si sarebbero ritirate entro 14 mesi. Così si spiega l’avanzata partita nella primavera del 2021 e conclusasi pochi giorni fa.

Il ritorno dei talebani

Ci sono però altre cose che non ci convincono: come hanno fatto questi uomini a sfidare ed alla fine a sconfiggere il più forte esercito del mondo? Difficile rispondere se cerchiamo vincitori e vinti, oppure buoni e cattivi. Andiamo con ordine.

Per comprendere meglio la situazione, è utile citare l’intervento di Dario Fabbri nel corso della trasmissione televisiva Omnibus, (2) su La7. Secondo Fabbri, “l’esercito afghano non ha combattuto, è accaduto tutto velocemente. Questo perché i Talebani sono stati investiti di questo ruolo dai cinesi, turchi e americani. Sono tre anni che chiacchierano, parlano in Qatar e anche tramite la Turchia, hanno stabilito che i talebani tornassero al potere. Agli Usa non importa chi comandi in Afghanistan, la Turchia preferisce così, secondo Cina e Pakistan è soluzione più immediata”. Nessuno scontro di civiltà, dunque, ma troppi interessi in conflitto. 

La versione dei russi 

A stupire tutti però non è stato solo il repentino capovolgimento di fronte e l’ingresso degli studenti coranici a Kabul. Rimane, infatti, un altro mistero. Come hanno fatto i talebani a resistere tanti anni contro gli americani? Dove hanno trovato i soldi e le armi? A darci una risposta è Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente russo in Afghanistan e direttore del secondo dipartimento Asia del ministero degli Esteri russo. 

Secondo quest’ultimo “i talebani sono sostenuti da alcune fondazioni islamiche situate, come si capisce, nella regione del Golfo Persico, dove hanno ricchi sponsor”. Kabulov (3) aggiunge che nessuno ha fornito le armi a talebani. Quest’ultimi “hanno acquistato armi dai magazzini dell’esercito e della polizia afghana e hanno sequestrato le munizioni lasciate durante le attività militari”.

In pratica i russi accusano gli americani di aver portato avanti una guerra per oltre 20 anni al solo scopo di foraggiare il complesso industriale militare a “stelle e strisce”. Il meccanismo era semplice: gli amici sauditi foraggiavano i talebani, e a questo punto gli americani per colpire i terroristi dovevano aumentare la spesa per la difesa. Le armi però dovevano andare anche agli afghani. Quest’ultimi, però, guadagnavano di più vendendo le armi ai loro antagonisti che si rafforzavano sempre di più giustificando maggiori stanziamenti del Congresso per la suddetta operazione militare.

Certo, i giudizi di Mosca su Washington vanno presi con le pinze. Tuttavia è difficile spiegare la presenza in Afghanistan dieci anni dopo la morte di Bin-Laden, la “mente” dell’attentato alle Torri Gemelle. Forse volevano veramente esportare la democrazia e liberare le donne dal burka? Difficile crederlo.

Il consenso dei talebani e la questione dei diritti umani

Anche su questo punto è utile riprendere l’intervento di Fabbri che, al contrario di molti destrorsi fallaciani, non ha la mente annebbiata dai dogmi della liberaldemocrazia. Fabbri spiega che “i diritti umani universali li abbiamo creati noi, interessano solo a noi. Pretendere che gli afgani vedano il mondo come noi vogliamo è follia. L’obiettivo quando si studia un caso è calarsi nella mentalità altrui, è la prima legge della geopolitica”.

Insomma, ci siamo dimenticati che la democrazia è una costruzione storica, è praxis: un processo che è durato secoli. Non bastano le elezioni o il parlamento per avere una democrazia. In una società tribale la vita sociale e le costruzioni istituzionali sono mediate dai clan. Per essere più chiari: nessuno vota sulla base di un suo interesse economico particolare (ad esempio l’imprenditore che vota un partito liberale). Ogni afghano orienta il proprio sostegno sulla base dell’appartenenza tribale. Se vogliamo capire quello che è avvenuto e quello che avverrà dobbiamo chiederci quante e quali tribù saranno disposte ad appoggiare i talebani.

Le questioni aperte

Sicuramente il nuovo governo farà di tutto per avere un aspetto istituzionale più “presentabile”. Ma questo interessa a Kabul e dintorni, non nei villaggi dei Pashtun.

Ora, dunque, gli Usa scappano dall’Afghanistan. Resta perciò da capire chi e come si spartirà le immense risorse del sottosuolo afghano. Nel 2010 l’Afghanistan veniva definito “l’Arabia Saudita del litio” in un rapporto interno del Pentagono americano. Inoltre, c’è la questione dell’oppio. L’unica cosa che al momento possiamo dire con certezza è che gli Usa hanno perso la faccia, e l’Europa, facendo il cagnolino al guinzaglio, ha fatto una figura peggiore.

1. Afghanistan, Negri: «Fallimento politico-militare ma anche ideologico” di Ruggero Tantulli Ventuno.news 8 Agosto 2021 https://www.ventuno.news/2021/08/afghanistan-negri-fallimento-politico-militare-ma-anche-ideologico/

2. Afghanistan, Dario Fabbri (Limes): “I Talebani hanno un consenso reale nel Paese” Omnibus La7 16 Agosto 2021 https://www.la7.it/omnibus/video/afghanistan-dario-fabbri-limes-i-talebani-hanno-un-consenso-reale-nel-paese-16-08-2021-393451

3. Intervista a Zamir Kabulov a Ekho Moskvy 16 Agosto 2021 https://echo.msk.ru/programs/razvorot-morning/2887954-echo/