Antropologia Sociale

L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE – Riflessioni su Guy Debord e sull’apoteosi dello Spettacolo

Lo spettacolo occupa ormai tutto lo scenario del possibile. Una sorta di immaterialismo viene così a determinare il senso del mondo. Esiste soltanto ciò che appare. Ciò che non è rappresentato da immagini è nulla: non esiste.

Quegli stessi poteri che, per restare nel dominio del contingente e del materiale, hanno causato la crisi per uscire dalla quale i medesimi soggetti, i medesimi “potenti della terra” impongono ai più deboli “dolorosi ma necessari sacrifici”. Siamo all’apoteosi dello spettacolo.

di Giuseppe ScaliciDocente di storia e filosofia

La notte del 30 Novembre 1994 nella cittadina francese di Champot, poneva volontariamente fine alla sua vita Guy Debord. Un personaggio difficilmente classificabile: intellettuale bizzarro? Letterato impegnato? Fliosofo post-strutturalista? Artista d’avanguardia? Contestatore in ritardo o ante litteram? Forse Debord, cui poco piacevano le etichette o gli incasellamenti, apparteneva un po’ a tutte quelle categorie, senza però fossilizzarsi in nessuna. Grande e caustico demistificatore dello status quo fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando fondò, insieme ad altri “cani sciolti” l’Internazionale Situazionista, mettendo insieme, anche se per pochi anni, personaggi di diversa provenienza politica e culturale ed esperienze artistiche, come il “Lettrismo” e la “Psicogeografia”, di cui oggi è difficile trovare traccia… 

L’IS ebbe, destino comune a tutti i movimenti d’avanguardia del Novecento, vita travagliata e segnata da scissioni interne, incomprensioni, fraintendimenti. Fu, in ogni caso, un’esperienza ricca e, nonostante un certo “sinistrismo”, almeno sul piano linguistico, in grado di denunciare, con anticipo di decenni, quei caratteri di fondo della modernità che oggi, in modo drammatico, sono (o dovrebbero essere) sotto gli occhi di tutti. 

Avanguardia prima del Sessantotto

Debord, con La società dello spettacolo, un testo risalente al 1967, molto spesso citato anche se in modo meramente allusivo e talvolta superficiale, trovò notevole fortuna e anche un certo seguito presso la cosiddetta generazione del ’68, come testimoniato dalle non poche edizioni e traduzioni (alcune pessime, come ebbe modo di notare lo stesso Autore). Ma non possiamo ridurre il testo a mero vademecum, insieme ad opere di Marx, Marcuse e Mao, dei sessantottini. Piuttosto, la SdS rappresenta lo specchio dei limiti e dell’incapacità di comprendere ciò che è l’essenziale al di là delle apparenze, di quella stagione di rottura, assai spesso soltanto sbandierata, del vecchio e stantio mondo della conservazione e del bigottismo, attraverso slogan spesso astratti e vuoti, di antiautoritarismo e di libertarismo individualistico, di tipo piccolo borghese. Vi furono, invero, anche aspetti degni d’interesse in quella contingenza: sembrò, nel caso dell’Italia, che potesse prender corpo se non un’alleanza, quanto meno una comunità d’intenti e di lotta “anti-sistema” fra, per usare le terminologie dell’epoca, movimenti di estrema destra, allora maggioritari in molte Università, e di estrema sinistra. Ma tutto fallì complice l’intervento attivo e congiunto delle  alleanze reazionarie. Per non parlare poi della ancora oggi oscura “strategia della tensione” (col suo corollario: la teoria degli opposti estremismi) che prese le mosse, all’interno di un contesto internazionale nel contempo “alleato” e ostile a qualunque forma di iniziativa politica autonoma italiana, proprio all’indomani del ’68 stesso.

In larga parte, dunque, si trattò di una delle tante occasioni mancate. Il “sistema borghese” fu in grado di neutralizzare ed assorbire sia le velleità dei contestatori, sia le autentiche progettualità antitetiche allo status quo dominante quella fase storica: il bipolarismo USA-URSS e la “guerra fredda”, ammesso e non concesso che sia stato proprio un autentico conflitto o uno scontro di civiltà. Fu lo stesso Debord, abbandonando, fra i pochissimi intellettuali “di sinistra” la vulgata dell’allora politicamente corretto, a mettere in evidenza la profonda analogia esistente fra la società capitalistica occidentale e il capitalismo burocratico imperante nei Paesi del blocco sovietico. Fu sempre Debord, attento osservatore del contesto italiano, a denunciare pubblicamente, a proposito della strategia della tensione e del terrorismo, il ruolo da manovratore abile, spietato e mistificatorio del “sistema” internazionale stesso interessato alla propria sopravvivenza.

La Società dello Spettacolo

Il contesto generale in cui si muove la S.d.S. è quello dello svelamento dell’essenza profonda, e non dichiarata, del capitalismo avanzato. Tale fase storica coerentizza in modo totale, secondo Debord, quanto Marx aveva evidenziato relativamente al capitalismo ottocentesco, la cui cifra consisteva nella riduzione delle cose reali a “merci”, la cui ragion d’essere è legata ad un “valore di scambio” che nasconde tutto ciò che è per natura. Si tratta di un processo di astrazione totalizzante, voluta dal libero mercato, che trova, come diretto corrispettivo l’alienazione, cioè il senso di estraneamento che il lavoratore sente di fronte alla merce che lui stesso ha prodotto. Ad esaurire il campo del dotato di senso sono merce e danaro, fine ultimo, quest’ultimo, del processo di produzione, non semplice mezzo di scambio, come era percepito dalle precedenti società non capitalistiche. L’astrazione, voluta scientemente dal capitalismo maturo supera lo stesso concetto di merce, in nome dell’immagine, cioè della propria autorappresentazione in grado di occultare, rendendola così incomprensibile, la cosiddetta realtà. 

Il capitalismo novecentesco, sia nella sua forma liberale e liberista, sia in quella burocratica del socialismo reale, è appunto la società dello spettacolo. In tale mondo il soggetto è del tutto annichilito: si limita (deve limitarsi) ad essere compiaciuto spettatore di una rappresentazione voluta dal sistema, che stabilisce in modo univoco le coordinate del buono, del vero, del giusto. Tutti i rapporti intersoggettivi risultano così mediati dalle immagini che il potere offre di sé stesso e con le quali costruisce gli apparati del consenso ad esso. Si tratta di un infernale circolo vizioso. Il singolo (vivente, consumatore o, per meglio dire: spettatore) ha senso soltanto in tale società, che nello spettacolo giustifica, celebra e glorifica sé stessa. “L’alienazione dello spettatore – scrive Debord- a beneficio dell’oggetto contemplato… si esprime così: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio. L’esteriorità dello spettacolo in rapporto all’uomo agente si manifesta in ciò, che i suoi gesti non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. E’ la ragione per cui lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto.” (S.d.S. Par. 30)

L’Apoteosi dello Spettacolo 

Assai riduttivo, comunque, sarebbe considerare la Società dello spettacolo quale semplice punto di riferimento di un movimento, per l’appunto quello del ’68, che non esiste più; quale, insomma, opera datata. Il suo approccio generale, infatti, il suo essere “teoria critica” e non “ideologia” con tutto il suo corredo di arbitrarietà e di contraddizioni, mantiene immutata a maggior ragione proprio nella nostra fase storica, tutta la sua forza analitica e demistificatoria. E’ opportuno notare che lo spettacolo non è, per Debord, un processo marginale del processo funzionale al dominio di lobbies anonime e rapaci. La costante mistificazione e falsificazione della realtà che proprio nello spettacolo si manifesta, è l’autentica struttura portante della società nostra. Chi è in grado, infatti, di creare e controllare immagini, esercita un dominio totale. Anche le “opposizioni” rientrano, volenti o meno, nello spettacolo generalizzato, anzi ne sono pedine necessarie. Detto questo, appare ridimensionato il ruolo dei media armati di un potere ipnotizzante e depistante, che pur esercitano. Lo spettacolo occupa ormai tutto lo scenario del possibile. Una sorta di immaterialismo viene così a determinare il senso del mondo. Esiste soltanto ciò che appare. Ciò che non è rappresentato da immagini è nulla: non esiste. Pensiamo, a titolo d’esempio, al recente intervento dei “volonterosi”, con l’Italia in prima linea, in Libia: pensiamo ai silenzi e ai paralogismi del nostro governo per sostenere i prezzi d’ogni tipo di una guerra combattuta (fra l’altro contro un Paese fino al giorno prima alleato) per tutelare interessi geopolitici ed economici altrui. La questione semplicemente non esiste, non essendo rappresentata nella sua reale essenza: non rientra nello spettacolo. In fondo, ciò che viene imposto dal potere è un eterno presente privo di cause, i cui contorni sono ad arte definiti e tratteggiati da chi è al servizio del potere stesso, o in veste di burattinaio, o a titolo di lacchè emerito.

Non casuale ci sembra il momento storico (il 1994) del suicidio di Debord. Si era, infatti, dopo il crollo dell’impero sovietico, nella fase della piena omologazione e dell’annunciata fine della storia nel segno di un’eterna pax liberal-capitalista di stampo americano. Lo spettacolo si era fatto globale. Nulla, dunque, aveva più senso. Lo stesso situazionismo era diventato un termine vano.

Il nostro attuale contesto, comunque, ha un vantaggio rispetto al passato, anche recente. Il potere ha gettato ogni possibile maschera: perdita della sovranità nazionale e vanificazione della volontà popolare sono ormai fatti acquisiti ed accettati, nel nome della stabilità di sistemi finanziari anonimi e sovranazionali. Quegli stessi poteri che, per restare nel dominio del contingente e del materiale, hanno causato la crisi per uscire dalla quale i medesimi soggetti, i medesimi “potenti della terra” impongono ai più deboli “dolorosi ma necessari sacrifici”. Siamo all’apoteosi dello spettacolo.

Tratto da “Polaris – la rivista n.8 – GLOBAL OCTOPUS OPPURE NO?” – acquista qui la tua copia

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