Riflessioni

MEDITERRANEO TRA ARMONIA E CESURE – Il ruolo del contatto identitario nella formazione delle culture mediterranee

Emerge con chiarezza la vocazione del Mediterraneo al contatto culturale, inteso come confronto o scambio consapevole di elementi e prassi culturali che convergono nella formazione dell’identità dei popoli che abitano le sue rive.

Il passaggio dalla fase del contatto culturale a quella del colonialismo è accompagnato dalla caduta dell’unità interna propria delle società antiche, della coesione identitaria che ne legava le componenti sociali. Persino nei secoli delle Crociate l’unità interna dei popoli in esse coinvolte ha preservato lo scambio culturale, la reciprocità di influssi, il contatto tra culture apparentemente inconciliabili ma, proprio per questo, unite da un legame segreto e profondo. 

Il mantenimento di ordinamenti sociali inadeguati può sostenersi, e si è sostenuto, sia sulla divisione sociale che sulla strumentalizzazione di valori ideali, adatti a preservare la cooperazione tra le componenti sociali.

Il contatto identitario che caratterizza le culture mediterranee, invece, si è verificato esclusivamente in forme di governo interclassiste e all’abbandono di esse si è accompagnato il passaggio alla fase coloniale e contemporanea, in cui le relazioni tra i popoli hanno finito col coincidere con aspirazioni politiche egemoniche o di dominio ingiustificato sulle popolazioni più vulnerabili. 

di Pietro FalagianiCollaboratore universitario presso la cattedra di Estetica dello Spettacolo dell’Università degli Studi di Milano, produttore esecutivo musicale

Per amore dei poveri non tacerò,
per la causa dei piccoli e degli oppressi
non mi darò pace,
finché non sorga come stella
la loro giustizia, e la loro liberazione
non risplenda come lampada. (1)

Nel Medioevo fantastico (2) Jurgis Baltrusaitis afferma che “l’Islam, dopo avere dato all’arte romanica parecchi motivi geometrici e araldici, il senso della morfologia astratta e una famiglia di mostri, continua come l’arte antica a esercitare la sua influenza su tutto il pensiero medievale. Nel Duecento esso assume un ruolo preponderante nella diffusione della metafisica, della fisica e della morale aristoteliche, conosciute in quest’epoca sopratutto per il tramite delle compilazioni arabe e dei commenti di Averroè. L’averroismo parigino ne è un’espressione paradigmatica. Anche i miti, gli déi, le mappe celesti rinascono, in questo periodo, spesso arabizzate. Vestendosi alla maniera araba al suo arrivo a Parigi nel 1245, secondo una testimonianza, per tenervi un corso su Aristotele all’università, Alberto Magno rende all’Islam un simbolico omaggio. Nell’ambito del costume e del modo di vivere, l’Oriente godeva di un prestigio leggendario”. (3)

Fonemi mediterranei

Fabrizio De André, in un’intervista del 1984, per spiegare le ragioni che lo hanno spinto ad accostarsi alla musica etnica e a registrare l’album Creuza de ma, afferma che “il canto ha, ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male. Una volta individuati gli strumenti etnici che volevano ricondurci all’atmosfera del bacino del mediterraneo, dal Bosforo a Gibilterra, era necessario adattare ai suoni che tali strumenti riproducevano, una lingua che ci scivolasse sopra, che evocasse attraverso fonemi cantati, indipendentemente quindi dalla loro immediata comprensibilità, le stesse atmosfere che gli strumenti evocavano. A noi la lingua più adatta è sembrata fosse il genovese, con i suoi dittonghi, i suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi ed aggettivi tronchi che li puoi accorciare o allungare quasi come il grido di un gabbiano.” (4)

Dalle parole dello storico dell’arte lituano e del poeta e compositore genovese emerge con chiarezza la vocazione del Mediterraneo al contatto culturale, inteso come confronto o scambio consapevole di elementi e prassi culturali che convergono nella formazione dell’identità dei popoli che abitano le sue rive. Se è necessario tenere sempre presente che anche periodi seducenti come il Medioevo, il Rinascimento o l’Antichità non possono essere esaltati in modo ingenuo o intellettualistico, dimenticandone gli aspetti tragici e contraddittori, la comprensione della cesura che ci separa da essi su aspetti parziali, come la comunicazione interculturale e il contatto identitario, solleva il velo che ci porta troppo spesso a credere che il nostro sia necessariamente l’unico mondo possibile, il prodotto del perfezionamento determinato dal susseguirsi dei cicli storici. 

Interruzione di contatto identitario

Il passaggio dalla fase del contatto culturale a quella del colonialismo è accompagnato dalla caduta dell’unità interna propria delle società antiche, della coesione identitaria che ne legava le componenti sociali. Persino nei secoli delle Crociate l’unità interna dei popoli in esse coinvolte ha preservato lo scambio culturale, la reciprocità di influssi, il contatto tra culture apparentemente inconciliabili ma, proprio per questo, unite da un legame segreto e profondo. 

L’ipotesi di una interruzione del contatto identitario nell’epoca moderna trova numerose conferme in recenti percorsi di ricerca sociologica. Piotr Sztompka definisce il concetto di trauma culturale, caratteristico del Novecento, come un mutamento, dovuto all’aggressione dall’esterno, che genera crisi perché erode la sfera dei valori, delle istituzioni, delle idee e delle regole (5). Vittorio Lanternari afferma che i modelli culturali apparsi all’orizzonte, fatti propri dalle élites locali delle nazioni decolonizzate “restano niente affatto fruibili per la maggioranza degli abitanti e s’è venuta creando una crescente consapevolezza del declino delle tradizioni ancestrali”. (6) Peter Berger analizza il trauma sacrale, originato dallo scontro tra nazioni sviluppate e culture tradizionali, che genera forme di integralismo politico e religioso (7). Zolle Mbali indaga i conflitti generati dal tentativo delle culture africane di fondere linguaggi conformi alle loro tradizioni con quelli provenienti dal mondo occidentale. (8)

Con l’avvento dell’età moderna l’incrinarsi della coesione che ha legato le stratificazioni sociali in quell’insieme di aspetti culturali, estetici e religiosi percepito dai popoli come identità comunitaria caratterizza il passaggio dalla fase del contatto, che pure in molte occasioni ha assunto la forma dello scontro cruento, a quella del colonialismo e delle forme di dominio contemporanee. Il tentativo di armonizzare le opposizioni tra le componenti sociali può essere interpretato come progetto ideologico del gruppo sociale dominante, sia esso una casta affaristica come nel caso delle società iper-liberiste o una degenerazione burocratica come in quelle di matrice stalinista-poliziesca, volto a legittimare agli occhi della comunità il proprio dominio o, al contrario, come l’aspirazione politica al superamento dell’opposizione tra classi e componenti dello Stato in nome di valori condivisi, che trascendono l’affermazione dell’individuo in senso utilitaristico.

Nella prima accezione la nozione di identità culturale è funzionale alla conservazione dei poteri forti, ormai inadeguati al presente. Nella seconda, invece, come il tentativo di superare la fase storica caratterizzata dal loro predominio. Il mantenimento di ordinamenti sociali inadeguati può sostenersi, e si è sostenuto, sia sulla divisione sociale che sulla strumentalizzazione di valori ideali, adatti a preservare la cooperazione tra le componenti sociali. Il contatto identitario che caratterizza le culture mediterranee, invece, si è verificato esclusivamente in forme di governo interclassiste e all’abbandono di esse si è accompagnato il passaggio alla fase coloniale e contemporanea, in cui le relazioni tra i popoli hanno finito col coincidere con aspirazioni politiche egemoniche o di dominio ingiustificato sulle popolazioni più vulnerabili. 

1. Frammento del profeta Isaia (62, 1-2) modificato da una Chiesa indipendente africana. Esso è stato tradotto in modo intenzionalmente non fedele e allontanato dal contesto che lo ha originato: il nome «Sion» è diventato «poveri», nella prima riga, e «Gerusalemme» è stato sostituito da «piccoli», nella seconda riga. Cfr. Grzegorz J. Kaczyński, Contatto culturale come trauma. Glossa socio-antropologica, Annali della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania, vol. 5, Catania 2006. 

2. J. Baltrusaitis, Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica, Mondadori, Milano 1977.

3. Ibidem, p. 93.

4. Dichiarazioni di De André trascritte da un’intervista rilasciata a Rai 2 (Mixer) nel 1984, seguita alla pubblicazione dell’album Creuza de Ma.

5. Cfr. P. Sztompka, Trauma kulturowa. Druga strona zmiany społecznej, «Przegląd Socjologiczny», 2000, v. XLIX/1, pp. 9-29; Idem, Trauma wielkiej zmiany: społeczne i kulturowe koszty transformacji, Wydawnictwo Instytutu Studiów Politycznych PAN, Warszawa 2000; Idem, Socjologia, Znak, Kraków 2002, pp. 454-472. in: Grzegorz J. Kaczyński: Annali dell facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania, vol. 5, Catania 2006.

6. V. Lanternari, Presentazione, in P. Schirripa, Profeti in città. Etnografia di quattro chiese indipendenti del Ghana, Editoriale Progetto 2000, Cosenza 1992, pp. 9-10.

7. Cfr. P. Berger, P.L. Berger, The Sacred Canopy. Elements of a Sociological Theory of Religion, Doubleday, Garde City 1967.

8. Cfr. Z. Mbali, The Churches and racism: a black south-african perspectives, SCM Press Ltd., London 1987, pp. 4-5.

Tratto da “Polaris – la rivista n.6 – FLUSSI E RIFLESSI” – acquista qui la tua copia

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