Antropologia Sociale

CRISI DELLA DEMOCRAZIA – Un momento di passaggio per la rappresentatività

La crisi riguarda la democrazia  come strumento di ricezione di domande provenienti dalla società e di produzione di risposte di carattere normativo. In una sempre più diffusa cultura politica democratica si sta approfondendo l’insoddisfazione per i meccanismi classici di funzionamento della democrazia. 

I partiti politici vedono fortemente ridimensionato, presso l’opinione pubblica, il ruolo di attori privilegiati della mediazione fra cittadini e istituzioni; sono percepiti sempre più come filtri impermeabili piuttosto che canali di accesso ai livelli decisori delle istituzioni.

La ricerca di nuove forme di partecipazione difficilmente potrà rappresentare un’alternativa viabile alla crisi della democrazia, fintantoché non saprà riformulare, dal punto di vista filosofico e del pensiero politico, i termini del rapporto governato/governante.

di Riccardo Marchi Ricercatore universitario

La crisi della democrazia è stata uno dei temi privilegiati delle scienze sociali nel corso del XX secolo. La scomparsa successiva, nel 1945 prima e nel 1989 poi, dei modelli di riferimento a essa alternativi, ha modificato profondamente i termini dell’analisi: l’attenzione si è, infatti, spostata dalle sfide lanciate dai nemici (esterni ed interni) della democrazia, a quelle prodotte dagli “amici”, ossia dai partecipanti alla democrazia stessa. Se non si è avverata quell’involuzione autoritaria delle democrazie, preannunciata erroneamente, ma strumentalmente, dai politologi Crozier, Huntington e Watanuki nel pionieristico rapporto del 1975, per conto della Trilateral Commission, è tuttavia indubbio che, dagli anni 60, le democrazie industriali avanzate stiano registrando una diminuzione costante dell’indice di gradimento da parte dei loro cittadini. 

Questa degradazione è avvenuta in modi differenti, dal punto di vista cronologico e d’intensità: iniziata fra gli anni 60 e 70 negli USA, essa si è diffusa rapidamente, con maggiore incidenza nei grandi Stati, piuttosto che nei piccoli, ma con una crescente omogeneizzazione del fenomeno a partire dagli anni 90. 

Essa, quindi, non è frutto esclusivo di contingenze nazionali, piuttosto che di specifiche configurazioni istituzionali, o di determinate congiunture economiche. I grandi scandali come il Watergate e il caso Lewinsky negli USA, il consociativismo in Austria, la corruzione in Francia e Italia, il terremoto politico in Giappone, il separatismo regionale in Canada e Belgio, solo per fare alcuni esempi, erodono, certo, il gradimento delle singole democrazie, ma non possono spiegare la degradazione generale del modello democratico in quanto tale. Lo stesso vale per l’assetto istituzionale, poiché la crisi interessa democrazie a regime monarchico come repubblicano, presidenziali come parlamentari, monocamerali come bicamerali, proporzionali come maggioritarie.  

Neppure la performance economica sembra essere determinante: indicatori di crisi sono stati registrati in momenti di recessione come di sviluppo e di aumento della spesa pubblica per il welfare. Per altro, la crisi della democrazia ha accompagnato un periodo di generale miglioramento materiale delle condizioni di vita dei suoi cittadini. 

Le cause sono, quindi, più profonde e sistemiche. Per comprenderle nella loro dimensione reale è necessaria una constatazione preliminare: la crisi riguarda la democrazia non come principio, ma come strumento di ricezione di domande provenienti dalla società e di produzione di risposte di carattere normativo. In tal senso, le analisi scientifiche, svolte periodicamente sull’opinione pubblica delle democrazie industriali avanzate, rivelano una diffusione considerevole dell’adesione ai principi democratici e una parallela diminuzione della fiducia negli attori della democrazia formale. È prova di ciò, per esempio, la sostanziale perdita di influenza di ideologie o forze politiche alternative alla Weltanschauung democratica e, al contempo, l’aumento dell’astensionismo, mediamente raddoppiato, in Europa, dalla fine degli anni 70, in modo trasversale a tutti gli strati sociali.
In una sempre più diffusa cultura politica democratica, quindi, si sta approfondendo l’insoddisfazione per i meccanismi classici di funzionamento della democrazia. Fra questi, i più colpiti, a detta delle analisi scientifiche, sarebbero le classi politiche, i partiti e le istituzioni. La disaffezione verso le classi politiche riguarda tanto le elite di governo come di opposizione: non si tratta della naturale usura della popolarità, causata dalla gestione del potere; in causa sta la possibilità stessa di rigenerare la legittimazione delle elite dirigenti tramite l’alternanza al governo, principio base della democrazia. I partiti politici, dal canto loro, vedono fortemente ridimensionato, presso l’opinione pubblica, il ruolo di attori privilegiati della mediazione fra cittadini e istituzioni, attribuitogli dal modello della democrazia rappresentativa moderna. Essi, infatti, sono percepiti sempre più come filtri impermeabili piuttosto che canali di accesso ai livelli decisori delle istituzioni. Nel caso delle istituzioni, infine, la crisi non è determinata tanto dall’effetto di personalizzazione: la disaffezione non riguarda, per esempio, questo o quel Presidente della Repubblica in particolare, ma la stessa istituzione della Presidenza della Repubblica in generale e la sua efficacia sistemica.

La diffusione dell’insoddisfazione e della critica non deve essere attribuita al seppur esistente aumento dell’individualismo e del cinismo nelle società democratiche contemporanee. In generale, infatti, l’interesse e la partecipazione dei cittadini per e nella dimensione del politico è aumentata nelle decadi di emersione della crisi. Interesse e partecipazione si sono, però, allontanati dai canali tradizionali di rappresentanza ed espressione e si sono manifestati in forme alternative di azione politica. 

Questo processo, legato direttamente ai primordi della crisi della democrazia, ha avuto origine negli USA dei primi anni 60, diffondendosi rapidamente alle altre democrazie: i movimenti per i diritti civili, ambientalista, delle donne, hanno provocato una crescente diserzione dalle strutture tradizionali di partecipazione e una moltiplicazione di gruppi di azione civica, movimenti rivendicativi, tematici o territoriali, Organizzazioni Non Governative e quant’altro. L’approfondirsi dell’interesse per la politica ha, parimenti, reso sospette le fonti d’informazione istituzionali dei governi o dei partiti ed ha favorito il fiorire di canali alternativi: dalle radio indipendenti, alle TV via cavo, alla moltiplicazione costante di strumenti via internet. 

La classica croce sulla scheda è stata sostituita da forme non convenzionali di espressione della propria opinione: strumenti di democrazia diretta (petizioni e referendum), partecipazione ad assemblee locali di autogoverno, reti sociali on-line. Questa panoplia di nuove forme di partecipazione non è sintomo di una volontà di fuoriuscire dalla democrazia, ma di una ricerca di nuove forme. Il loro moltiplicarsi, negli ultimi 50 anni, ha prodotto la crisi generale della democrazia quale strumento di risposta, dal vertice, alle domande provenienti dalla base. Partiti ed elezioni non sono più sufficienti. I centri di produzione delle domande, non solo si sono moltiplicati, ma hanno anche aumentato il loro livello di aspettative. La crescente complessità delle società, determinata da multiculturalismo, ambientalismo, scelte di stili di vita, post-materialismo, ha sovraccaricato l’agenda politica dei governi, i quali non possono più rendere conto solo ai partiti istituzionali, ma a una molteplicità di nuovi attori (ONG, movimenti sociali, etc.). Questo sovraccarico accresce la possibilità che gruppi sociali si sentano non ascoltati o comunque non soddisfatti dalle risposte istituzionali e finiscano con l’innalzare il proprio livello di critica. Il problema delle democrazie moderne è, quindi, l’incapacità delle sue elite istituzionali di rispondere in maniera soddisfacente alle esigenze poste da una società civile sempre più diversificata, complessa, matura. Tale incapacità può essere tamponata, ma a volte anche aggravata, dal trasferimento, in atto, di sovranità a istanze superiori di carattere internazionale.

È da notare, tuttavia, che le forme alternative di partecipazione non sono quasi mai foriere di cambiamenti radicali. Spesso producono la reazione degli attori istituzionali classici, attraverso processi riformisti. Il riformismo è, sovente, il tentativo delle istituzioni di recuperare l’adesione perduta, abbassare i livelli di volatilità elettorale e scetticismo politico ed evitare l’emergere di nuovi attori che possano destabilizzare il sistema istituzionale dall’interno. 

Riforme elettorali e costituzionali, moltiplicazione dei regolamenti etici, di commissioni di inchiesta, di revisione dei meccanismi di finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali, processi di devolution e decentralizzazione amministrativa, sono tutti tentativi delle elite della democrazia formale di normalizzare alcune delle critiche più pressanti che causano la crisi. Spesso, però, il riformismo si traduce in cambiamenti contrari alle intenzioni originarie dei critici: ossia in una chiusura oligarchica delle possibilità di partecipazione e di entrata nel sistema decisorio. Altrettanto pernicioso è quel tipo di riformismo radicale, utilizzato strumentalmente da elite del sistema, le quali utilizzano toni populisti per presentarsi come improbabili attori anti-sistema. 

In entrambi i casi, il riformismo è presentato come una necessità di modernizzazione ed efficientismo del sistema, e, allo stesso tempo, garante di quel consenso di base, pietra angolare della legittimazione della democrazia. Indipendentemente dal suo carattere, non sempre il riformismo permette un recupero di fiducia presso i cittadini. Se essi non avvertono, infatti, un cambiamento sostanziale del sistema a fronte delle riforme implementate, aumentano la propria insoddisfazione e critica. 

Merita, in fine, una riflessione, il fatto che tutta questa ricerca di nuove forme di partecipazione difficilmente potrà rappresentare un’alternativa viabile alla crisi della democrazia, fintantoché non saprà riformulare, dal punto di vista filosofico e del pensiero politico, i termini del rapporto governato/governante. Per quanto innovativi possano essere gli strumenti ideati, infatti, essi soffriranno sempre dell’impoverimento concettuale che sta deteriorando, in generale, i modelli superstiti, ereditati dalla guerra fredda.

Tratto da “Polaris – la rivista n.2 – STRADE D’EUROPA” – acquista qui la tua copia

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