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EUROPEAN DEFENCE FUND: NON BASTA UNO STANZIAMENTO PER ARMARE L’EUROPA

Edf: l’Unione Europea stanzia 7,9 miliardi di euro per creare una Difesa comune, ma questo non è sufficiente per affrancarci dagli Usa…

di Salvatore Recupero

Lo scorso 29 aprile gli eurodeputati hanno approvato l’adozione del Fondo europeo per la Difesa (European Defence Fund) che avrà un bilancio di 7,9 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Forse è il primo passo per sostenere la cooperazione nel campo della difesa in Europa. Per il momento, però, non saremo autonomi da Washington. Infatti, la creazione di un sistema di difesa europeo non esclude la partnership con gli Usa.

La genesi dell’Edf

Correva l’anno 2016 e Jean-Claude Junker (allora presidente della Commissione Europea) aveva parlato della necessità di creare una Difesa comune europea (1). In particolare, il politico lussemburghese invitava a riflettere sulla necessità di assumersi la responsabilità di proteggere gli interessi e il modo di vivere dei cittadini europei, nel loro territorio e all’estero, senza delegare la loro tutela alle potenze militari altrui. L’idea era (ed è) ottima, ed indipendentemente da quello che si possa pensare su Junker.

Per passare dalle parole ai fatti era necessario creare un fondo (European Defence Fund) proprio per finanziare i primi progetti. Il tutto doveva rientrare nel “Piano d’azione europeo in materia di Difesa”. Avallato dal Consiglio, l’Edf diventava realtà il 7 giugno 2017, quando la Commissione adottava una comunicazione dal titolo “Istituzione del Fondo europeo per la difesa”, delineandone i suoi tratti distintivi. Mancava solo il sigillo del Parlamento. Quindi non ci sono più alibi.

Il futuro dell’Edf

Cosa avverrà ora? Semplice, l’Ue potrà co-finanziarie programmi di ricerca e sviluppo in campo militare. Senza la cooperazione degli stati nazionali, però, lo sforzo rischia di essere inutile. Allora bisognerà far tesoro dell’esperienza maturata in questi ultimi due anni con i progetti-pilota (2): l’Edidp (il programma di sviluppo dell’industria europea della Difesa) per 500 milioni 2019-2020; e la Padr, l’azione preparatoria nel campo della ricerca, per 90 milioni.

Anche se stiamo muovendo solo i primi passi, c’è grande entusiasmo. Thierry Breton, Commissario europeo per il mercato interno e i servizi ha parlato di “giornata storica per l’Europa”, poiché “l’idea di lavorare insieme per promuovere la nostra Unione della Difesa e per la sicurezza dei cittadini dell’Ue è ormai realtà tangibile”. L’operazione avrà anche ricadute positive dal punto di vista economico come spiega la vice presidente della Commissione europea, con delega al digitale, Margrethe Vestager. Secondo quest’ultima: “Il Fondo svolgerà un ruolo-chiave per consentire alle Pmi di partecipare alle catene di approvvigionamento della Difesa e ampliare la cooperazione industriale transfrontaliera”. Anche l’Italia per bocca del ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha espresso grande soddisfazione per l’accordo raggiunto. Tutto bene dunque? Non proprio.

Gli italiani vogliono gli americani

Guerini, infatti, sta spingendo per la partecipazione di Paesi terzi extra Ue. In pratica, l’Italia (ma non solo) vede di buon occhio la presenza degli americani. A questo punto sorge un interrogativo: perché coinvolgere i “nostri alleati” quando stiamo investendo per renderci più autonomi? La risposta è fin troppo ovvia: siamo costretti a farlo. L’Europa ha perso la Seconda Guerra Mondiale ed ancor paga per quella sconfitta. Non si muove foglia che Washinton non voglia. La retorica della liberazione non regge. Piuttosto diciamo che dopo aver indossato il collare per più di settanta anni ci siamo convinti che si tratti di una collanina. Tuttavia bisogna dire che la Casa Bianca si era mossa per tempo senza bisogno del ministro del Pd.

Gli Usa non arretrano di un centimetro

Il quotidiano on line Formiche.net (3) aveva anticipato più di un mese fa l’intenzione della Casa Bianca di entrare nel progetto della cooperazione strutturata permanente (Pesco) dedicato alla mobilità militare. Un intervento che è possibile grazie al regolamento approvato a novembre che “apre la difesa europea agli Usa”. Un paradosso in piena regola. 

Per comprenderlo meglio dobbiamo spiegare meglio cos’è il progetto della cooperazione strutturata permanente. La Permanent Structured Co-Operation (Pesco appunto) è la cooperazione permanente strutturata per la Difesa firmata da 25 Paesi europei durante il Consiglio Esteri/Difesa di Bruxelles del 2017. È il primo passo esecutivo verso l’integrazione delle Forze Armate europee in quanto punta a “semplificare e standardizzare le procedure per i trasporti militare all’interno dei confini europei”. Ecco perché la Nato o meglio il Pentagono non potevano fare gli spettatori. E allora nei primi giorni di marzo arriva la notizia: l’ingresso Usa nella Pesco sta andando bene e “può funzionare”. A dirlo l’ambasciatore Stefano Sannino, segretario generale del Servizio europeo d’azione esterna, intervenuto in un evento dell’Ecfr, ripreso da DefenseNews. 

Ovviamente le questioni sono molto più complesse. Non bastano poche battute per analizzare il tema in maniera esaustiva. Quest’episodio, però, ci chiarisce le idee sui rapporti di forza tra le due sponde dell’Atlantico. 

L’importanza di un esercito europeo

Tornando al tema dell’articolo, non basta un “fondo” per fare dell’Europa una potenza militare, ma è un primo passo. Condizione necessaria ma non sufficiente per avere un esercito europeo che non dipende dal Pentagono.

Alla luce di quanto è stato detto è chiaro che L’Unione Europea dovrebbe muoversi diversamente.

A spiegarci come è il professore Vittorio De Pedys sul numero 21 della rivista Polaris (4). Secondo De Pedys: “Occorre immediatamente un accordo forte su tre aspetti. Il primo è la difesa dei confini. Su questo la cooperazione è vitale perché è presente, e sempre più lo sarà, il pericolo di terrorismo, la marea montante dell’immigrazione, l’illegalità, i commerci di armi, il pattugliamento e la sicurezza delle frontiere esterne.

L’altro aspetto è quello delle missioni di “peace-keeping” internazionali. Invece di spendere tanti soldi e vite di giovani a combattere guerre altrui sarebbe il caso di inviare le forze di un esercito e marina europee nei teatri dove l’interesse nostro lo richiede (Mediterraneo, Nord-Africa, Chad, Libia, Siria, ecc). Infine, la costituzione di un’industria della difesa europea che consentirebbe gli acquisti di sistemi d’arma stranieri in maniera concertata e meno costosa. L’Europa è tra i quattro maggiori attori mondiale per dimensione degli eserciti e degli armamenti: dispone di portaerei (italiane e francesi) e di Marine militari, che consentirebbero la proiezione del suo potere di influenze in vari teatri; dispone, ancora, di sorprendenti rapporti di forza ed influenza con un numero molto elevato di ex-colonie dislocate in mezzo mondo, sensibili alle eventuali proposte unitarie europee. Tale enorme potenziale è oggi per nulla sfruttato perché frammentato in una inane, infruttuosa e sostanzialmente inutile congerie (e non somma) di micro-politiche nazionali”.

Queste parole ci mostrano qual è l’approccio giusto per costruire un’Europa che torni ad essere faro di civiltà.

1. European Defence Fund: finanziamenti per il futuro della Difesa Europea di Lucrezia Luci Geopolitica.info 13 Settembre 2020 https://www.geopolitica.info/european-defence-fund-finanziamenti-per-il-futuro-della-difesa-europea/

2. Parte la Difesa europea. Via libera al fondo da (quasi) 8 miliardi di Stefano Pioppi Formiche.net 26 Aprile 2021 https://formiche.net/2021/04/fondo-europeo-difesa-approvato/

3. La Difesa europea si apre agli Usa. Ecco i piani per la mobilità militare di Stefano Pioppi Formiche.net 16 Marzo 2021 https://formiche.net/2021/03/usa-difesa-europea-pesco/

4. L’Europa che vogliamo – Popolare, non populista, sovrana, non sovranista, europea, non europeista di Vittorio De Pedys Polaris Rivista numero 21 inverno 2018 https://www.centrostudipolaris.eu/2018/11/01/leuropa-che-vogliamo-popolare-non-populista-sovrana-non-sovranista-europea-non-europeista-di-nazioni-confederate-non-nazionalista-ne-sovranazionale/

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