Romania, un bipolare affetto dalla sindrome di Stoccolma – PARTE 1
L’odierna posizione della Romania, geografica e politica, impone molteplici riflessioni, a partire dalla complessità della realtà politica di Bucarest /PARTE 1/
Presentazione del paziente
Iniziamo col fare chiarezza. La Romania (o terra dei romani) è un paese dell’Europa dell’Est che fa parte dell’Unione Europea e della NATO. Fa pienamente parte dello Spazio Schengen dal 1° gennaio 2025. La lingua ufficiale è il rumeno, unica lingua latina dell’Europa dell’Est. Sebbene la Romania abbia espresso il desiderio di aderire alla zona euro, l’abbandono del leu rumeno come moneta nazionale è improbabile nell’immediato.
Con una superficie totale di 238.397 km², la Romania è delimitata dalla Bulgaria a sud, dalla Serbia e dall’Ungheria a ovest, dall’Ucraina a nord e dalla Moldavia e dal Mar Nero a est. Il paese è tagliato in due verticalmente dalla catena montuosa dei Carpazi. Il Danubio è il più grande corso d’acqua del paese e funge da confine naturale con la Serbia e la Bulgaria. La capitale Bucarest si trova a sud-est del paese.
Con 18,60 milioni di abitanti, la Romania è il 6° paese più popoloso dell’Unione Europea e il 9° a livello continentale. I rumeni sono per l’80% ortodossi di rito bizantino, seguiti dai protestanti al 7% e dai cattolici al 5%. I musulmani e gli atei rappresentano ciascuno meno dell’1% della popolazione.
Il regime politico è ufficialmente una repubblica semipresidenziale. Ma la realtà è ben più complessa e ci tornerò più in dettaglio in seguito.
Anamnesi
Per comprendere la Romania attuale, non è necessario risalire fino a Vlad Tepes. Mi limiterò a dirvi che il paese nasce da diversi principati danubiani sopravvissuti al crollo dell’Impero Bizantino e che hanno resistito alle conquiste dell’Impero Ottomano. Non parlerò nemmeno di Codreanu e della sua Guardia di Ferro. Sebbene la sua storia sia affascinante, non ha alcuna incidenza diretta o indiretta sulla situazione politica attuale.
Nel 1944 la Romania era poco industrializzata e il forte attaccamento della classe contadina all’ortodossia e alla proprietà della terra che coltivavano da tempo immemore, rendeva estremamente difficile lo sviluppo del partito comunista rumeno. Diversi suoi dirigenti verranno reclutati all’estero.
Il regime vacillante del maresciallo Ion Antonescu (soprannominato il Pétain rumeno) spinse comunque una parte della borghesia tra le braccia dei comunisti. Il 23 agosto 1944, il re Michele I e una gran parte degli ufficiali superiori fecero arrestare il maresciallo, firmarono un cessate il fuoco e uscirono dall’Asse. Fecero dunque la stessa scommessa del Generale de Gaulle, schierandosi nel campo dei vincitori. La scommessa è tanto più legittima in quanto la Francia, dal canto suo, aveva instaurato il regime di Vichy del Maresciallo Pétain nel luglio 1940 tramite un voto parlamentare.
La Romania, dal suo lato, vide l’avvento di un regime fascista (la dittatura carlista) non per volontà popolare o parlamentare, ma attraverso una serie di colpi di stato. La Romania, ridiventata una democrazia, avrebbe potuto facilmente far valere il suo status di vittima del fascismo. Ma gli USA e l’Inghilterra non si preoccupano della verità. Il colpo di forza del generale de Gaulle sconvolge a sufficienza i piani alleati di fare della Francia il 51esimo stato americano. In cambio, i rumeni devono e saranno sacrificati per l’equilibrio della spartizione russo-americana dell’Europa.
Da quel momento, nulla trattiene più Mosca. L’Armata Rossa prende in ostaggio un gran numero di studenti rumeni e ricatta il re per ottenere riforme. Dopodiché, il partito comunista intraprende una serie di azioni violente causando diverse vittime innocenti. Ma Michele I, forte del massiccio sostegno della popolazione, continua a regnare e si oppone fermamente a Mosca.
Alla fine, il partito comunista chiede di destituire il giovane monarca. Invano. Solo i pochi deputati comunisti accettano di partecipare a questa farsa. In ultima istanza, i soldati russi si riuniscono al posto dei deputati e votano “a nome del popolo rumeno” la caduta della monarchia. Il 30 dicembre 1947, il re, ancora sostenuto e amato dal suo popolo, viene cacciato dal paese.
Dapprima rinominata “Repubblica Popolare Rumena” sotto la direzione di Gheorghe Gheorghiu-Dej. L’avvento di Ceaușescu nel 1965 fa entrare la Romania, divenuta “Repubblica Socialista di Romania”, in una fase più liberale con progressi economici e sociali. Ma nel 1971, di ritorno da un viaggio in Cina e Corea del nord, il dittatore decide di abolire la maggior parte delle libertà che lui stesso aveva concesso.
Se Ceaușescu mantiene una certa distanza da Mosca (rifiuto di partecipare alla repressione della primavera di Praga, adesione al FMI, ecc…), rimane comunque un dittatore comunista di razza. Nel 1981 l’economia crolla, l’autosufficienza agroalimentare e industriale scompare e il divieto di aborto provoca un numero di abbandoni di bambini talmente alto che gli orfanotrofi mal gestiti diventano “fattorie di allevamento industriale”.
Il nepotismo della famiglia Ceaușescu diventa leggendario. Un detto popolare afferma che la sigla PCR (partito comunista rumeno) in realtà significa (raccomandazioni, combine, relazioni).
Ceaușescu si adopera particolarmente per distruggere il patrimonio storico rumeno per sostituirlo con edifici in stile sovietico, snaturando gran parte del paese.
Nel 1989 i coniugi Ceaușescu vengono rovesciati con la complicità del partito. Il partito comunista si autoscioglie e il paese ridiventa una democrazia. Ma la caduta del regime è dovuta soprattutto all’odio per i Ceaușescu. I dirigenti comunisti, lungi dal perdere il potere, si limitano a spartirsi le diverse cariche e i partiti politici. Così, il dovere della memoria diventa difficile da compiere.
Il paziente è bipolare
Dal rovesciamento della dittatura comunista, il regime politico della Romania è una Repubblica Semipresidenziale. In realtà non è più così dal 16 dicembre 2017, data dei funerali di stato del re Michele I nella basilica patriarcale di Bucarest.
Infatti, il regime attuale è più vicino a una diarchia (forma di governo in cui due leader governano insieme. Sparta, Cartagine, la repubblica romana, il principato di Andorra o la Serenissima Repubblica di San Marino sono esempi di diarchie). La Romania è attualmente, a scelta: una repubblica semimonarchica o una monarchia semipresidenziale.
Nel dicembre 1990, il re Michele I torna in Romania per raccogliersi sulla tomba della sua famiglia. Ma, essendo stato privato della cittadinanza rumena dal precedente governo sovietico, il nuovo governo repubblicano, erede del comunismo, lo fa espellere con la forza in piena notte. Manifestazioni prodemocrazia che protestano contro la sua espulsione vengono violentemente represse.
Nel 1992, il presidente Ion Iliescu, convinto della solidità della repubblica, accetta che l’ex sovrano torni per le festività pasquali. Grave errore: più di un milione di rumeni vengono ad acclamare il loro re. Terrorizzato, il governo interdice a Michele I il soggiorno in Romania.
Finalmente, nel 1997, il nuovo presidente restituisce la cittadinanza a tutta la famiglia reale, riconosce al re lo status di ex capo di stato e gli restituisce diverse ex proprietà reali. Nel 2011, l’ex sovrano viene invitato per i suoi 90 anni a tenere un discorso davanti alle due camere del parlamento. Discorso particolarmente seguito dalla popolazione in diretta televisiva, ma boicottato dal presidente della Repubblica e dal primo ministro. Nel 2012, il presidente del Senato, Crin Antonescu, invita a restaurare la monarchia parlamentare. Lo stesso anno, una piazza di Bucarest viene rinominata in onore di Michele I.
Quest’ultimo si ritira nel marzo 2016 e muore il 5 dicembre 2017. La Romania dichiara tre giorni di lutto nazionale e organizza funerali reali. La bara viene esposta nella sala del trono per diversi giorni prima di essere portata alla basilica patriarcale durante un’immensa processione militare. La bara è ricoperta dalla bandiera reale e la corona è appoggiata sopra. La bara viene trainata su un cannone prima di essere portata dalla guardia repubblicana tra gli applausi della folla che grida “Viva il Re”.
Tutti i commentatori politici si trovano d’accordo nel dichiarare impossibile una restaurazione monarchica, resa possibile, secondo loro, solo dalla popolarità di Michele I. E questo nonostante la popolazione abbia gridato “Viva la Regina” all’arrivo della Principessa Margherita ai funerali di suo padre.
(continua…)
- in copertina, il palazzo del Parlamento a Bucarest, ad oggi la struttura governativa più pesante al mondo
di Arthur Grabé
